Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1922, XXI.djvu/227

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LE INQUIETUDINI DI ZELINDA 221

SCENA ViIII.
Donna Eleonora, don Flaminio, don Filiberto, l’Avvocato, il Procuratore.

Flaminio. Signora, voi avete inteso le disposizioni di mio padre. Se volete star meco, siete padrona, ma siccome per godere d’un tale benefizio dovreste rinunziare al pensiero di rimaritarvi, così avrete la bontà di farmi sapere a qual partito vi vorrete appigliare.

Eleonora. Il testamento è ingiusto, e non lo accetto nei termini come è scritto. Mi sono maritata assai giovine, e non ho preso un vecchio per sacrificarmi in tal modo.

Pandolfo. E non dev’essere sagrificata, e si farà lite.

Eleonora. Vi dev’essere una donazione reciproca...

Avvocato. Una donazione reciproca? Scusate, signora mia. Se vi fosse, il testatore non l’avrebbe dimenticata.

Eleonora. Me l’ha promessa, e vi sono de’ testimoni.

Pandolfo. Vi sono de’ testimoni? Si farà lite.

Flaminio. Signora, guardatevi da chi vi consiglia per il proprio interesse.

Pandolfo. Parla per me, signore. Son conosciuto. Io non ho bisogno di mendicare clienti. Ne ho da dare a chi non ne ha. Difendo le donne per inclinazione, e le vedove per compassione, (parte)

SCENA IX.
Donna Eleonora, don Flaminio, don Filiberto, l’ Avvocato.

Eleonora. Che legge barbara, che legge inumana è questa? Non basta ai mariti di tiranneggiar finchè vivono le loro mogli, vogliono comandar loro anche dopo morti?