Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1922, XXI.djvu/229

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Flaminio. Voi dunque mi disperate del tutto.

Avvocato. No, non vi dispero altrimenti. Principio a considerare le difficoltà, ma non le trovo perciò insuperabili. Fidatevi di me, lasciate maneggiare a me la faccenda.

Flaminio. Ma come, ma come mai ? Oh cieli ! voi mi colmate di consolazione.

Avvocato. Venite meco, e vi svelerò il mio disegno. (parie)

Flaminio. Gran fortuna per me l’ aver per difensore un avvocato amico, intelligente ed onorato. (paite)

SCENA XI.

Zelinda, Lindoro e FABRIZIO.

Fabrizio. Non posso bastantemente spiegarvi il contento che provo per parte vostra. V’assicuro che il veder voi così ben trattati e così ben provveduti, mi fa più piacere del bene ch’ ha lasciato il padrone alla mia persona.

Zelinda. Effetto della vostra bontà.

Lindoro. Ne sono e sarò sempre riconoscente.

Fabrizio. Spero ch’ ora voi sarete contenta.

Zelinda. Ho ragione d’esserlo, e sarei al colmo della felicità, se un interno rammarico non m’ inquietasse.

Lindoro. Qual rammarico, Zelinda mia? Parlate, vi prego, che cos’ avete ?

Zelinda. Vi dirò, la perdita del mio caro padrone.... (Non ho) coraggio di dire la verità). (da sè)

Fabrizio. Ma bisogna poi darsi pace.

Lindoro. Veramente egli era sì buono, e abbiamo sì grandi obbli- gazioni verso di lui....

Fabrizio. Ma quel buon uomo non pretende da voi il sagrifizio della vostra pace, della vostra tranquillità. Egli ha avuto inten- zione di farvi felici e contenti. Vi vuol sensibili all’amor suo, ma vuol che godiate tranquillamente il bene che vi ha lasciato.

Lindoro. Sì, dite bene, convien darsi pace, e profittar onorata- mente di sì buona fortuna. Mio padre s’è meco riconciliato.