Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1922, XXI.djvu/256

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Flaminio. Oh per questo son contentissimo. Andateci che mi farete piacere, anzi vi prego dirle voi stesso la buona spe- ranza ch’abbiamo, che le cose vadmo ’•’) di bene in meglio, e vi supplico ancora dirle, ed assicurarla : ch’ io l’ amo tenera- mente, e quanto amar si può mai.

Avvocato. Oh, oh, amico. Non confondete le cariche.

Flaminio. Scusatemi, e comprendete da questo...

Avvocato. Sì, comprendo che siete innamorato, cotto, abbru- stolito. Tanto più volentieri m’incarico, o di consolarvi, s’ella n’è degna, o di guarirvi, se non lo merita. Addio. So dove sta di casa. A vent’un’ora verrete da me. Vi dirò quello ch’ ho rilevato, riportatevi a me, e non temete. (parte)

SCENA XIII.

Don Flaminio, poi Zelinda.

Flaminio. Vada pure ; son sicuro che se conosce bene il carat- tere delle donne, rileverà quanto la signora Barbara sia virtuosa e sincera, e quanto sia degna d’ amore.

Zelinda. Signore, che cos’ avete da comandarmi ? (melanconica)

Flaminio. Che vuol dire, Zelinda, che siete sì abbattuta e sì trista ?

Zelinda. Niente, signore. Mi duole un poco la testa.

Flaminio. Me ne dispiace infinitamente.

Zelinda. A caso, sapreste voi dove sia mio marito ?

Flaminio. Sì, lo so benissimo. L’ ho pregato d’ andar per me dalla signora Barbara.

Zelinda. (E andato via senza dirmelo ! Una volta non faceva) così). (da sè)

Flaminio. Vorrei, Zelinda carissima...

Zelinda. Scusate. Quant’ è che l’ avete mandato dalla signora Barbara ?

Flaminio. Sarà una mezz’ ora incirca. (1) Così nel testo.