Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1922, XXI.djvu/286

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Pandolfo. (Oh, è rotta senz’ altro). (Ja sè, consolandosi)

Eleonora. Dunque, signor avvocato, non si farà altro.

Avvocato. Signora mia, me ne dispiace infinitamente, ma andate, e state quieta, che spero le cose s’ accomoderanno.

Pandolfo. S’ accomoderanno ? (all’Avuocato)

Avvocato. Io spero di sì. (a Pandolfo)

Pandolfo. Ed io credo di no. (all’Avvocato) In ogni caso son qui per voi. Faremo lite e si vincerà, (a donna Eleonora e parie)

Eleonora. E voi state qui come una statua senza dir niente? (a don Filiberto)

Filiberto. Cosa volete ch’ io dica ? Vedo che siete sfortunata, e me ne dispiace.

Eleonora. Credo che siate voi che mi porta la maledizione. (parte)

Filiberto. Pazienza, sempre contro di me. (parte)

Avvocato. Andiamo, signor notaro, andiamo in casa di don Fla- minio, a vedere di qual genere sia la pazzia di Zelinda, e se è possibile di guarirla. (parte col Notaro)

SCENA XVIII.

Camera ni casa di don Flaminio col solito armerone.

Zelinda nell’ abito modesto e colla solita affettazione, poi il Servitore.

Zelinda. Oh sì ; la mia risoluzione è ben presa, son contentis- sima, mi pare adesso di poter respirare. Ma giacchè mi trovo qui sola, giacche quest’ ingrato O di mio marito non ha avuto cuore nemmen di seguitarmi, ho tempo e comodo d’ eseguire quanto ho pensato. Ehi Tiburzio.

Servitore. Signora.

Zelinda. Fatemi la carità di prendere il baule vuoto ch’ è nella mia camera, e portatelo qui.

Servitore. Subito. (1) Nella ristampa bolognese e in altre si legge : qucll’ ingrato.