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280 ATTO TERZO

Pandolfo. (Oh, è rotta senz’altro). (da sè, consolandosi)

Eleonora. Dunque, signor avvocato, non si farà altro.

Avvocato. Signora mia, me ne dispiace infinitamente, ma andate, e state quieta, che spero le cose s’accomoderanno.

Pandolfo. S’accomoderanno? (all’Avvocato)

Avvocato. Io spero di sì. (a Pandolfo)

Pandolfo. Ed io credo di no. (all’Avvocato) In ogni caso son qui per voi. Faremo lite e si vincerà. (a donna Eleonora e parie)

Eleonora. E voi state qui come una statua senza dir niente? (a don Filiberto)

Filiberto. Cosa volete ch’io dica? Vedo che siete sfortunata, e me ne dispiace.

Eleonora. Credo che siate voi che mi porta la maledizione. (parte)

Filiberto. Pazienza, sempre contro di me. (parte)

Avvocato. Andiamo, signor notaro, andiamo in casa di don Flaminio, a vedere di qual genere sia la pazzia di Zelinda, e se è possibile di guarirla. (parte col Notaro)

SCENA XVIII.
Camera in casa di don Flaminio col solito armerone.
Zelinda nell’abito modesto e colla solita affettazione, poi il Servitore.

Zelinda. Oh sì; la mia risoluzione è ben presa, son contentissima, mi pare adesso di poter respirare. Ma giacchè mi trovo qui sola, giacchè quest’ingrato1 di mio marito non ha avuto cuore nemmen di seguitarmi, ho tempo e comodo d’eseguire quanto ho pensato. Ehi Tiburzio.

Servitore. Signora.

Zelinda. Fatemi la carità di prendere il baule vuoto ch’è nella mia camera, e portatelo qui.

Servitore. Subito.

  1. Nella ristampa bolognese e in altre si legge: quell’ingrato.