Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1922, XXI.djvu/32

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26 ATTO PRIMO


raccomando almeno quella povera sfortunata, abbiate pietà di lei, se non l’avete di me; ma1 permettete che prima ch’io parta....

Roberto. No, non la vedrete più; andate.

Lindoro. Non domando di vederla, ma voglio dire almeno che non sono io il solo che l’ama.... (con aria di adegno)

Roberto. E che vorreste voi dire?

Lindoro. Dico che in questa casa la sua innocenza non è sicura, che vi è qualcuno2 che la insidia, forse per disonorarla....

Roberto. Temerario, ardireste così pensare di me?

Lindoro. Non intendo....

Roberto. Io l’amo con amore paterno, e voi siete una mala lingua.

Lindoro. Se avrete la bontà di ascoltarmi....

Roberto. O andate via subito, o vi farò cacciar da’ servitori.

Lindoro. (Misero me! Son perduto, sono avvilito, son disperato.) (da sè, parte)

SCENA XI.
Don Roberto solo.

Oh son persuaso benissimo che la gente viziosa penserà male di me, e che la maggior parte degli uomini vorranno credere ch’io ami Zelinda per interesse, e chi dà fomento a questi falsi giudizi è quella sospettosa fastidiosissima mia consorte. Gran pazzia che ho fatto a maritarmi!3 prendere una seconda moglie, giovine, altiera, e senza beni! e perchè? per una di quelle pazzie che fanno gli uomini, quando si lasciano trasportar dal capriccio. Era ben meglio ch’io avessi dato moglie a mio figlio. Ma se non ci pensa, tanto meglio per lui. I matrimoni sono per lo meno pericolosi. Ecco qui: anche la povera Zelinda, se io non vi riparava, era sul punto di precipitarsi. Quale stato poteva darle un giovine che non

  1. Ed. Zatta: mi.
  2. Ed. Zatta: qualch’uno.
  3. In altre ristampe: rimaritarmi.