Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1922, XXI.djvu/31

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GLI AMORI DI ZELINDA E LINDORO 25


prendere la spada e il eappello, e andarvene in questo stesso momento.

Lindoro. Ma questo è un torto che voi mi fate....

Roberto. Voi chiamate un torto il licenziarvi di casa mia, ed io qual titolo dovrò dare alla vostra falsità, alla vostra impostura? Credete ch’io non sappia quel che passa fra voi e Zelinda, ch’io non conosca la furberia delle vostre finzioni? M’avete preso per uno sciocco, per un rimbambito? Vi servite della mia buona fede per burlarvi di me? Andate, sortite subito di questa casa.

Lindoro. Signore, non istrapazzate così il decoro e la riputazione d’un uomo onorato.

Roberto. La ragione per cui vi licenzio, non fa torto alla vostra riputazione: andate.

Lindoro. Voi non sapete con chi avete a fare.

Roberto. Temerario.... ardireste voi minacciarmi?

Lindoro. Non è così, signore; ma voi non sapete chi io sia.

Roberto. E non mi curo saperlo. Andate, o vi farò partire per forza.

Lindoro. (Povero me! E partirò senza veder Zelinda!) (da sè)

Roberto. Prendete la vostra spada e il vostro cappello. (accennando il tavolino ove sono)

Lindoro. Per carità, signore.

Roberto. Corpo di Bacco! Prendete, e andate. (va egli a prender la spada e il cappello, e gli dà l’uno e l’altro)

Lindoro. Pazienza! mi licenziate di casa vostra.

Roberto. Sì, signore.

Lindoro. E perchè?

Roberto. Perchè son padrone di licenziarvi.

Lindoro. E’ vero, lo confesso, ho fatto male, vi domando perdono.

Roberto. E’ tardi; andate.

Lindoro. Abbiate compassione almeno....

Roberto. Ehi, chi è di là? (sdegnato chiama gente)

Lindoro. No, signore, non v’inquietate. V’obbidirò1.Partirò. Vi

  1. Nelle edizioni posteriori: obbedirò.