Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1922, XXI.djvu/31

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prendere la spada e il eappello, e andarvene in questo stesso momento.

Lindoro. Ma questo è un torto che voi mi fate....

Roberto. Voi chiamate un torto il licenziarvi di casa mia, ed io qual titolo dovrò dare alla vostra falsità, alla vostra impostura ? Credete ch’ io non sappia quel che passa fra voi e Zelinda, ch’ io non conosca la furberia delle vostre finzioni ? M’ avete preso per uno sciocco, per un rimbambito ? Vi servite della mia buona fede per burlarvi di me? Andate, sortite su- bito di questa casa.

Lindoro. Signore, non istrapazzate così il decoro e la riputazione d’ un uomo onorato. »

Roberto. La ragione per cui vi licenzio, non fa torto alla vostra riputazione : andate.

Lindoro. Voi non sapete con chi avete a fare.

Roberto. Temerario.... ardireste voi minacciarmi ?

Lindoro. Non è così, signore ; ma voi non sapete chi io sia.

Roberto. E non mi curo saperlo. Andate, o vi farò partire per forza.

Lindoro. (Povero me ! E partirò senza veder Zelinda !) (da sè)

Roberto. Prendete la vostra spada e il vostro cappello. (accennando il tavolino ove sono)

Lindoro. Per carità, signore.

Roberto. Corpo di Bacco ! Prendete, e andate. (va egli a prender la spada e il cappello, e gli dà l’uno e l’altro)

Lindoro. Pazienza ! mi licenziate di casa vostra.

Roberto. Sì, signore.

Lindoro. E perchè ?

Roberto. Perchè son padrone di licenziarvi.

Lindoro. E’ vero, lo confesso, ho fatto male, vi domando perdono.

Roberto. E’ tardi ; andate.

Lindoro. Abbiate compassione almeno....

Roberto. Ehi, chi è di là ? (sdegnato chiama gente)

Lindoro. No, signore, non v’inquietate. V’obbidirò (’\ Partirò. Vi) (I) Nelle edizioni posteriori: obbedirò.