Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1922, XXI.djvu/326

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Agapito. Eh vi è tempo. E ancor di buon’ ora.

Gottardo. Oh è stato battuto. Permettetemi ch’ io vada a ve- dere chi è.

Agapito. Questa è la porta di strada ; io non ho sentito battere.

Gottardo. Eh, ho un’altra picciola porta, che riferisce sulla stra- della. Con permissione.

Agapito. Accomodatevi.

Gottardo. (Vorrei pure che costui se ne andasse. Con questa) finzione può essere che mi riesca mandarlo via), (da sè, parie)

SCENA IV.

Agapito solo.

Oh che avaraccio che è costui ! importa assai a me del suo pranzo ! ma propriamente mi diverto a far disperare questa sorta di gente. Se sapessi come fare a fargli spendere del da- naro per forza, sarebbe per me un carnovale. Per bacco ! mi viene in mente una cosa. Questa è la chiave della sua porta. (prende in mano la chiave, che trova sul tavolino) Mi ha detto che Placida gliel’ ha lasciata. Mi viene in testa di fargli una bella burla. Ma se torna, e non trova la chiave, se ne ac- corgerà. In luogo di questa, vi posso metter la mia. Vediamo. Sì, m verità si somigliano nella grandezza, [tira fuori di tasca una chiave) Eccolo, che ritorna. Facciamo il cambio. (fa il cambio, mette via la chiave di Gottardo)

SCENA V.

Gottardo ed il suddetto.

Gottardo. Mio compare è venuto a prendermi, e vuol che io vada con lui.

Agapito. Così presto?

Gottardo. Sono quindici ore sonate. Egli suol pranzar di buon’ora. Abbiamo qualche cosa da fare insieme.