Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1922, XXI.djvu/337

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Roberto. Oh quanta obbligazione ho al mio caro Agapito ! ho sentito tutto. Non mi scorderò mai della vostra buona amicizia. (lo abbraccia)

Agapito. Ha sentito quanta fatica vi ha voluto ?

Roberto. Ho sentito.

Agapito. Vossignoria può andar a far qualche affare, se ne ha, e poi tornare all’ora del pranzo.

Roberto. Sì, dite bene, anderò, e tornerò. Ma ho sentito che avete detto, che vi saranno delle altre persone ; non vorrei che m’ imbarazzassero.

Agapito. Credo che non ci sarà altri che il signor Leandro.

Roberto. Oh Leandro è mio amico. Non mi dà soggezione.

Agapito. L’ho fatto invitare apposta, acciò possa assisterla se bi- sogna, acciò tenga il padre in conversazione, mentre vossigno- ria si trattenerà colla figlia.

Roberto. Bravo, bravissimo. Tornerò dunque... Che ora abbiamo al presente ?

Agapito. Non lo so, mi ho scordato a casa l’orologio.

Roberto. Sono sedici ore vicine, (guardando il suo orologio) Se avete bisogno di questo...

Agapito. No, no, la ringrazio. Ho il mio, che mi serve.

Roberto. A rivederci, amico, a rivederci. (parie allegro)

SCENA VI.

Agapito solo.

Credo che dalla consolazione mi avrebbe donato quell’ orologio assai volentieri. Ma io non lo prenderei, se fosse tempestato di diamanti. Non voglio ch’ ei possa dire, ch’ io lo faccio per interesse, lo lo faccio per semplice divertimento. (51 sente battere) Tornano a battere. Chi diavolo sarà? Dovrebbe esser l’oste. (guarda per il buco della chiave) Mi pare desso senz altro. Ci vuol destrezza per condurre la cosa bene. (apre)