Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1922, XXI.djvu/338

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SCENA VII.

L’Oste ed il suddetto.

Oste. Servitor umilissimo.

Agapito. Riverito. Siete voi l’ oste della Fortuna ?

Oste. Per obbedirla. Sono qui a ricevere i suoi comandi.

Agapito. Si vorrebbe un pranzo per sei o sette persone.

Oste. Anche per sedici, s’ ella comanda. Favorisca, è ella il signor Gottardo ?

Agapito. Non sono io Gottardo, ma sono il di lui fratello.

Oste. Servitor umilissimo : me ne consolo infinitamente.

Agapito. Lo conoscete voi Gottardo mio fratello ?

Oste. Non ho l’onor di conoscerlo di persona. Siamo vicini, ma non ho mai avuto l’onor di vederlo. So che è un signore di garbo, che si è maritato che è poco ; so che dimora in questa casa, e mi consolo di aver l’onore di servirlo.

Agapito. Ed io ho l’ onor di dirvi la di lui volontà.

Oste. Ed io mi darò r onor di eseguirla.

Agapito. Come vi diceva, si vorrebbe ’ ’ ) oggi un pranzo per cin- que persone. Vi darà l’animo di far presto e bene ?

Oste. Subito, in un momento, e spero che saranno contenti di me. Ma la supplico, come vuol restar servita ? Quanti piatti ? Di che sorte ? Di che qualità ?

Agapito. Vi dirò, per non confondervi la fantasia, vi lasceremo in libertà di far quel che volete. Voi porterete tutto. Pane, vino, frutti, biancheria, tondi, posate... Averete le vostre posate d’ argento ?

Oste. Oh sì signore, per sessanta persone, se occorre.

Agapito. Oh si sa, alla Fortuna non manca niente.

Oste. Scusi. Alla Fortuna, e al merito.

Agapito. E al merito?

Oste. Non faccio per dire, ma la mia osteria è conosciuta. La fortuna alla porta, e il merito nella cucina. ( 1 ) Ed. Zatta : Come ci diceva. Si vorrebbe ecc.