Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1922, XXI.djvu/34

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Zelinda. Ohimè ! questo è un colpo non preveduto, questo è un colpo che mi dà la morte.

Roberto. Figliuola mia, la passione vi tradisce vostro malgrado : voi vi confondete : si vede chiaro che voi l’ amate.

Zelinda. Sì, signore, vel confesso, io l’ amo, l’ amerò sempre ; e poichè voi avete scoperto un segreto ch’io custodiva gelosa- mente nel cuore, abbiate pietà di me. Non mi private del mio

Lindoro.

Roberto. Ma non vedete, figliuola mia, che se io vi accordassi quello che mi domandate, sarei la vostra rovina?

Zelinda. Voi mi farete tutto il male possibile, se mi negate la grazia, poichè siate certo che mi vedrete morire.

Roberto. Che morire ? che morire ? Sono favole : sono discorsi inutili, romanzeschi. Non si more per così poco. Vi costerà qualche lacrima, ma poi ve ne chiamerete contenta.

Zelinda. No certo ; non posso vivere senza Lindoro. Voi mi tiranneggiate senza ragione, voi mi volete perdere, voi mi vo- lete sagrificare.

Roberto. Così padate ad un padrone che vi ama, ad uno che ha promesso fare la vostra fortuna, e che è capace di farla?

Zelinda. Ogni fortuna senza Lindoro, è per me una disgrazia. Rinunzio a tutto, rmunzio al vostro amore, alla vostra pro- messa. Lasciatemi seguir l’amor mio, o lasciatemi abbandonare alla mia disperazione.

Roberto. No, Zelinda, no, cara, venite qui. Non voglio vedervi sì afflitta, sì disperata. (Bisogna lusingarla per renderla a poco) a poco capace di sentimenti). (da sè)

Zelinda. Per carità, non siate meco sì crudele.

Roberto. No, non lo sono, e non lo sarò mai.

SCENA XIII.

T)onna ELEONORA e detti.

Eleonora. (Ecco lì il caro signor consorte. Sentiamo un poco) i bei ragionamenti che tiene colla cameriera). (da sè)