Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1922, XXI.djvu/37

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Eleonora. Non vo’ saper altro. L’ unica pruova che tu puoi darmi della tua innocenza, è il sortir subito di questa casa.

Zelinda. Se non credessi di offendere il mio padrone....

Eleonora. Che padrone? Sono io la padrona. Egli ti ha preso per servirmi. Le cameriere non dipendono che dal piacere e dal dispiacere delle padrone. Non son contenta di te, ti licenzio, vattene immediatamente.

Zelinda. Mi licenziate?

Eleonora. Sì, ed ho l’autorità di farlo.

Zelinda. (Ah, profittiamo dell’ occasione per vivere e per morir) con Lindoro). (da sè)

Eleonora. Se ricusi d’ andartene, mi confermerai nel sospetto.

Zelinda. Signora, sono innocente, e se deggio darvene una pruova coir allontanarmene di casa vostra, partirò col maggior piacere del mondo.

Eleonora. Bene, farete il vostro dovere.

Zelinda. Permettetemi ch’ io unisca le mie poche robe.

Eleonora. Andate, e sollecitatevi.

Zelinda. (Oh ! Amore mi renderà sollecita più che non credi). (da sè, in allo di partire)

Eleonora. Se vi avvisaste di parlarne con mio marito.... (minacciandola)

Zelinda. Non temete, signora, non lo vedrò certamente. (Ah, fra) le mie disgrazie questa è la meno sensibile, e può essere la più fortunata). (da sè, parie)

SCENA XV.

Donna ELEONORA, poi don FLAMINIO.

Eleonora. Potrebbe anche essere ch’ella fosse innocente, ma in ogni modo deve partire. L’orgoglio con cui mio marito mi tratta, merita ch’ io ne faccia un risentimento. Sia amore, sia pietà che lo mova, agisce sempre male, se pretende di agire a mio dispetto. Se io non mi vendico da me stessa, poco conto far posso de’ miei parenti. Se fosse quivi don