Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1922, XXI.djvu/64

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Uficati) Poe’ anzi eravate ridenti, giubilanti, ed ora Zelinda piange, e Lindoro batte i piedi, e s’adira ?

Lindoro. Scusatemi... (Non so che dire).

Barbara. Che avete voi che piangete? (a Zelinda)

Zelinda. Signora... parlava con questo giovane di una padrona che ho avuto l’onor di servire. La poverina è morta, e quando me ne rammento, non posso trattenere le lacrime, (piange un poco)

Barbara. Lodo il vostro buon cuore. Ma voi qual soggetto avete di smaniare in tal modo ? (a Lindoro)

Lindoro. Vi dirò... Zelinda mi ha raccontato la malattia della sua padrona. Era una cosa di niente, e il medico... Sì, asso- lutamente il medico l’ ha ammazzata. Sono così arrabbiato contro i cattivi medici, che vorrei esser medico per ammazzarli.

Barbara. Non vorrei che le vostre lacrime e le vostre collere nascondessero qualche mistero.

Zelinda. Signora, scusatemi, qual mistero ci può essere fra due persone che per la prima volta si vedono?

Lindoro. In verità... signora, voi mi mortificate.

Barbara. (Se è vero il mio sospetto, me ne chiarirò facilmente). (da se) Ecco il pezzo che ho ritrovato. Vediamo se può esser bastante. (fa cedere a Zelinda un pezzo di merletto)

Zelinda. Mi par di sì, signora, ma per assicurarmi, permettete che io lo esamini meglio.

Barbara. Fate così. Ritiratevi in quella stanza, e là potrete os- servarlo a vostro bell’agio.

Zelinda. Farò tutto quello che comandate, (in allo di partire) (Ah la mia povera roba ! Non mi poteva arrivare maggior) disgrazia). (da sè, entra in una camera laterale)

Barbara. Non so se le finestre di quella camera siano aperte, O serrate. (verso Lindoro)

Lindoro. Volete che io vada a vedere ? (in allo di andare)

Barbara. No, no, andatemi a fare una tazza di cioccolato, e quando è fatto, portatelo.

Lindoro. Sì, signora. (Poverina ! vorrei vedere di consolarla). (da sè, guardando dov’è Zelinda, e parte)