Pagina:Goldoni - Opere complete, Venezia 1922, XXI.djvu/88

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Lindoro. Ha lasciato la borsa.... (cuoi prenderla, torna Fabrizio e la lascia)

Fabrizio. Questo danaro servirà a miglior uso. Voi non lo meri- tate, ed io ve l’offriva senza ragione, (prende la borsa, e parte)

SCENA Vili.

Zelinda e Lindoro.

Zelinda. Con quale intenzione volevate voi raccogliere quella borsa? (a Lindoro)

Lindoro. Il danno che colui ci ha recato non merita forse un qualche risarcimento ? (mortificato)

Zelinda. Ah Lindoro, Lindoro, pur troppo è vero. La miseria talvolta fa commettere delle bassezze.

Lindoro. Sì, è vero ; ma non è per me che io cerchi i sowe- nimenti. Siete voi che mi fate pietà.

Zelinda. Oh cieli ! cosa sarà di noi ? Se la fortuna continua a perseguitarci, a quali pericoli andremo incentro ? Credetemi, quest’ esempio mi fa tremare : il bisogno ci può lusingare ; e come fidarci della buona intenzione di chi benefica senza co- noscerne il fondo ?

Lindoro. E’ vero, Zelinda, è verissimo. Ma facciamo così. Mi viene ora un pensiere. Credo che il cielo me lo suggerisca. Andiamo a Genova, andiamo a presentarci a mio padre. Possibile ch’ egli mi scacci villanamente, ch’ egli non si mova a pietà?

Zelinda. Questo è un passo che si potrebbe tentare, ma come intraprendere il viaggio? Sono novanta miglia, si dee passar la Bocchetta, vi sono delle altre montagne incomode. A piedi, io non ho coraggio di farle, e per calesse ci manca il modo.

Lindoro. Poveri noi ! il nostro male non ha rimedio.

Zelinda. Ve ne sarebbe uno, un solo ve ne sarebbe per noi.

Lindoro. E quale, mia cara Zelinda ?

Zelinda. Eccolo qui, ascoltatemi. Non vi è altro caso, non vi è altra speranza per noi, se non che io vada a gettarmi nelle