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parte prima - capitolo xix 127

CAPITOLO XIX

Miei placidi tentativi inutili. Frivole mie osservazioni filosofiche morali.

Apparato di ardentissime dissensioni famigliari.

Il La Bruyère scrisse una verità innegabile, scriendo che, quando gli abusi e i pregiudizi sono introdotti e invecchiati in uno stato, il tentare di levargli non è che un frugare in una cloaca e innalzare un puzzo che incomoda maggiormente.

Una famiglia numerosa non è uno stato, ma è una piccola repubblica in cui, se gli abusi e i pregiudizi si sono introdotti e inveterati, il voler troncarli riesce il frugare nella cloaca detta dal La Bruyère.

Siccome una gran parte delle Memorie che scrivo della mia V’ita sono relative alle fatiche da me fatte invano per redimere la mia famiglia, mi trovo in necessità di far de’ racconti senza speranza che possano interessare chi gli legge. Xondimeno, quelli che averanno la sofferenza di leggerli anche sbadigliando, troveranno uno specchio che può animarli a invigilare ed a troncare i principi e gli abusi tra le pareti loro, per non ridursi a frugare con inutilità e ammorbando, nella cloaca del La Bruyère.

Appena spirato mio padre, la signora cognata, che si mostrava attiva, affaccendata, uscí dalla stanza lugubre e pretese di consolare gli addolorati figliuoli e figliuole, assicurandoli con una efficace asserzione che il defunto era il piú bel morto che si fosse veduto. Questa inaspettata asserzione, che non aveva niente d’umano né di morale né di filosofico, e ch’ella replicava e affermava con de’ giuramenti per consolarci, mi fece e mi fa ancora tanta rabbia, che mi rincrescerebbe persino che alcuni de’ miei lettori ridessero nel leggerla.

Tra i pianti, i deliqui e gli acerbi pensieri, ve n’era uno funestissimo. Dovrò dirlo? Non v’era modo, né di che fare, né credito da poter fare un dovuto onore funebre ad un cadavere