Pagina:Gozzi - Memorie Inutili, vol 1, 1910 - BEIC 1837632.djvu/215

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parte prima - capitolo xxxiv 209

dedicai al patrizio veneto Daniele Farsetti, al quale, mostrandosi egli desideroso d’averlo, lo donai manoscritto com’era, senza curarmi di trattenermene copia.

Quel cavaliere, dottissimo, mecenate della nostra granellesca accademia, intendendo di farmi una gentile sorpresa, senza palesarmi la sua intenzione, immaginando per avventura di trovare delle difficoltá in Venezia, ordinò la stampa di que’ miei pochi fogli a Parigi, con un picciol numero d’esemplari, i quali giunti a Venezia furono da lui tutti regalati e sparsi per la cittá.

Quel volumetto averebbe fatto il suo giro d’una mano in altra mano tranquillamente, ricreando parecchi per la vasta rete di critica morale d’un osservatore sui caratteri e sui costumi del nostro mondo; ma alcune poche stille d’inchiostro amaretto, impiegate a lineare ed a sferzare bernescamente i cattivi scrittori di que’ giorni, furono aspidi velenosi e sacrileghi.

Il signor Goldoni, che oltre all’essere un diluvio d’opere sceniche, aveva anche in corpo non so qual diuretico per comporre de’ poemetti, delle canzoni, de’ capitoli e dell’altre poesie d’una vena molto limacciosa, inserí in una raccolta di composizioni poetiche, formata in applauso d’un veneto patrizio Veniero, che terminava d’essere rettore a Bergamo, una sua schidionata di dozzinali terzine, nelle quali si svelenò contro la mia povera Tartana degl’influssi.

Egli trattò quel libretto da rancidume, da ululato da cane, da spaventacchio inetto e insoffribile. Trattò me da uomo collerico, compatibile, perocché (cantò egli) tentava io la fortuna invano. Molte altre consimili espressioni gentili adornavano quelle terzine.

Frattanto il celebre signor Lami, che in que’ giorni scriveva il foglio letterario di Firenze, a cui era pervenuta la mia Tartana, l’aveva creduta degna di far d’essa qualche menzione ne’ fogli suoi e di inserire in quelli alcune ottave che trasse dal mio opuscolo, nelle quali commiserava io la decadenza e la corruttela della nostra lingua; e il benemerito padre Calogerá, che in quel tempo pubblicava il Giornale de’ letterati d’Italia, scrisse e pubblicò nelle sue memorie degli applausi certamente non meritati dal mio libricciuolo.