Pagina:Gozzi - Memorie Inutili, vol 1, 1910 - BEIC 1837632.djvu/261

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parte seconda - capitolo iii 255

piú d’ogn’altra cosa ad avvicinarmi, e posso dire ad affratellarmi filosoficamente con essa.

La unione, la buona armonia, le occupazioni domestiche, lo studio, la subordinazione, il rigore, la proibizione alle femmine di ricever visite, l’abborrimento che queste dimostravano di accettar doni da’ seduttori, l’ore regolarmente divise ne’ lavori casalinghi, nelle preci, e l’opere di pietá co’ miserabili ch’io vidi nel mio comico drappelletto, mi piacquero.

In questo, se qualche attrice o qualche attore de’ stipendiati uscivano alquanto dalla massima stabilita di morigeratezza, erano tosto scacciati, ed erano sostituite persone dopo un processo d’informazioni prese piú sulla regolaritá del costume che sulla scenica loro abilitá.

Quantunque io sia spregiudicato e spoglio da certi riguardi, e non abbia scansato ne’ miei studi sulla umanitá giammai di ritrovarmi di passaggio senza ribrezzo alcuno con tutti i generi di mortali, è però cosa certa che senza la ottima fama de’ miei protetti, non mi sarei intrinsecato e familiarizzato, né averei scelta la mia giornaliera conversazione con questi nell’ore d’ozio, conversazione che fu allegra e costante per piú di vent’anni.

Fui non solo autore d’una lunga serie di nuovi generi teatrali omogenei ed utilissimi a’ miei protetti, ma rinovellatore di quasi tutti i squarci ch’entrano nelle loro commedie alla sprovveduta, ch’erano prima d’ampollosi secentismi e ch’essi chiamano «dote» della commedia.

Non so dire qual numero di «prologhi», qual numero di «addio» in versi, da recitarsi al pubblico le prime e le ultime sere del corso delle rappresentazioni loro, abbia scritti per le prime attrici pro tempore; quante canzonette da innestare e cantare nelle lor farse, né quante migliaia di fogli abbia empiuti di soliloqui, di disperazioni, di minacce, di rimproveri, di preghiere, di correzioni paterne e d’altri discorsi ch’entrano a proposito nelle scene delle commedie improvvisate e che i comici chiamano «generici», necessari agli attori ed alle attrici non pratici di quell’arte per riscuotere degli applausi.