Pagina:Gozzi - Memorie Inutili, vol 2, 1910 - BEIC 1838429.djvu/181

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parte seconda - capitolo xlviii 175

sala grande. In capo a quella sala a mano dritta v’erano due stanze in una delle quali dormivano i due coniugati, nell’altra dormiva l’amico Massimo. Tosto salita la scala, a mano manca v’era la camera mia, e appresso la porta di quella v’era un altro uscio per cui si saliva una lunga scala di tavole di trenta e piú gradini, che conduceva ad un piano di sopra. In vetta a quella scala di tavole v’era una finestrella che guardava sopra al tetto a comodo de’ murai che riordinavano le tegole al caso di sconnessioni, di rotture e di pioggia che trapelasse. Da un lato di quel finestrino s’entrava in una cameretta, ch’era la casta cella in cui dormiva il mio amore.

Il caritatevole padre putativo non aveva giá alcun sospetto sopra di me, perché il mio contegno colla ragazza e il contegno della ragazza con me erano in palese cosí sostenuti e d’una indifferenza tanto naturale, che non davano luogo al sospettare. Ma egli era rabbiosamente geloso e sospettoso che certo giovine abitante in una casa contigua e che, camminando per il tetto di notte a imitazione d’un gatto, entrasse per il finestrino, se la figlia adottiva gli avesse aperto, e usufruttuasse sul suo terreno; di che egli aveva degl’indizi secreti.

La gelosia industre gli suggerí di attaccare con secretezza, non saprei dir come, un grosso zeppo a quel finestrino con un spaghetto fragile, di modo che non era possibile l’aprire senza spezzare lo spaghetto e senza la caduta del grosso zeppo, che rotolando giú per la scala, sopra cui era perpendicolare, avrebbe fatto un grandissimo romore.

Questa trappola doveva essere lo svegliarino del padre custode, dispostissimo a fare una feroce sorpresa agli amanti sulla tresca dell’amorazzo ch’egli sospettava.

Una notte ch’io non aveva lasciato l’uscio socchiuso, per non aver avuto il cenno consueto, e ch’io dormiva saporitamente, un rumore infernale di cosa caduta giú per la scala di tavole, ch’io aveva dietro la parete d’assiti a cui era appoggiato il mio guanciale, mi destò spaventato. Temei una caduta del mio bene ed era il zeppo che tombolava. Balzai agitato dal letto in camicia, presi il mio lumicino e accorsi per soccorrere la poveretta.