Pagina:Guglielminetti - Anime allo specchio, Milano, Treves, 1919.djvu/324

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Leonardo Romei, suo marito, seduto accanto al giaciglio basso, le prendeva di quando in quando il polso e sorrideva soddisfatto con qualche piccolo cenno d’approvazione accarezzando amorevolmente con lo sguardo la sua giovine inferma. Le pareva d’averla riconquistata egli stesso alla vita, d’averla egli stesso contesa e strappata a forza in una lotta subdola e lenta alla nemica rapace. Ora egli non la temeva più, solo doveva ancora medicare in lei ed in sè stesso le traccie profonde della lunga guerra col male: in lei la carne estenuata e disfatta, in sè lo spirito stanco ed abbattuto.

Si guardavano entrambi con una curiosità non ancora serena ma già quasi pacata, si esaminavano come due superstiti d’una stessa burrasca cercando l’un nell’altro i segni della lotta durata, e la donna sentiva fin nel profondo dell’anima come e quanto quel vigile compagno avesse sopportato con lei e per lei la violenza del male, con quale ardore disperato e taciturno lo avesse combattuto e vinto. Glielo disse, piano, accarezzandogli la mano sul velluto cupo della coperta:

— Come sei pallido, Leonardo! Devi aver sofferto molto per me in questo tempo.

Egli crollò un poco il capo e si chinò a baciarle il polso, senza parola. Sul velluto cupo della coperta la testa curva apparve subitamente grigia agli occhi meravigliati dell’