Pagina:Guglielminetti - Anime allo specchio, Milano, Treves, 1919.djvu/325

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inferma. Ella vi posò le dita tremanti, disse quasi in un sospiro:

— Quanti capelli bianchi, Dio mio!

Di colpo l’uomo si levò in piedi con subita gaiezza, componendosi un volto ilare dove era ancora un baleno di giovinezza e rise senza amaro:

— Ti spaventi di così poco, bambina?

— Non mi spavento, — ella osservò sempre offuscata, — ma mi fai pena; pena ed anche rimorso.

— Il rimorso poi mi pare un eccesso di zelo, — motteggiò Leonardo — e non te lo concedo; tutto al più un po’ di pena per la mia verde giovinezza innanzi tempo sfiorita.

— No, no, non scherzare, — insistette l’ammalata con una ruga dritta fra i cigli; — ho rimorso che tu abbia tanto sofferto per me; per me che forse non lo meritavo.

Ella spense le ultime parole in una titubanza quasi paurosa guardando il marito col capo chino e gli occhi sollevati. Egli corrugò lievemente la fronte, ma prese ancora fra le sue dita il polso esile, ascoltò il battito già irregolare; comandò dolcemente:

— Silenzio, cara; non sciuparmi la tua prima giornata di convalescenza.

— Non importa, — ella s’ostinò febbrilmente, — starò meglio dopo; lasciami parlare, ne ho bisogno, devo levarmi dal cuore questo grande peso per poter guarire completamente.