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102 I Vicerè

fiancheggianti il portone, e un piano solo, sopra, con un balcone grande e due piccoli, nella facciata; ma aveva un valore inestimabile, agil occhi di donna Ferdinanda; era posta ai Crociferi, che era il vecchio quartiere della nobiltà cittadina, ed essa stessa era una casa nobile, appartenendo da tempo ai Calasaro, signori della «mastra antica».

Oltre quella dei quattrini, la zitellona aveva infatti la passione della vanità nobiliare. Tutti gli Uzeda erano gloriosi della magnifica origine della loro schiatta; donna Ferdinanda ne era ammalata. Quando ella parlava di «don Ramon de Uzeda y de Zuellos, que fue senor de Esterel», e venne di Spagna col re Pietro d’Aragona a «fondarsi» in Sicilia; quando enumerava tutti i suoi antenati e discendenti «promossi ai sommi carichi del Regno»: don Jaime I «che servì al re don Ferdinando, figlio dell’imperator don Alfonso, contra ai mori di Cordova nel campo di Calatrava»; Guagliardetto, «caballero de mucha qualitad»; Attardo, «cavaliero spiritoso, ed armigero»; il grande Consalvo «vicario della Reina Bianca»; il grandissimo Lopez Ximenes «vicerè dell’invitto Carlo V;»; allora i suoi occhietti lucevano più dei carlini di nuovo conio, le sue guance magre e scialbe s’accendevano. Indifferente a tutto fuorchè ai suoi quattrini, incapace di commoversi per qualunque avvenimento o lieto o triste, ella s’appassionava unicamente alle memorie dei fasti degli antenati. V’era in casa, ai tempi di suo nonno, una bella libreria; ma, quando il principe Giacomo XIII cominciò a navigare in cattive acque, fu venduta prima di tutto; ella salvò una copia del famoso Mugnòs, «Teatro genologico di Sicilia,» dove il capitolo «della famiglia de Vzeda» era il più lungo, occupando non meno di trenta grandi pagine. E quelle pagine secche e ingiallite, esalanti il tanfo delle vecchie carte, stampate con caratteri sgraziati ed oscuri, con ortografia fantastica; quella enfatica e bolsa prosa siculo-spagnuola secentista era la sua lettura prediletta, l’unico pascolo della sua