Pagina:I Vicerè.djvu/107

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I Vicerè 105

odio all’erede del titolo, non solamente si metteva sotto i piedi la «legge» che voleva la continuazione del solo ramo diretto; ma gli dava in moglie, chi? chi, Signore Iddio? Una Palmi di Milazzo!... Palmi? Donna Ferdinanda non la chiamò mai con questo nome; ma ora Palma, ora Palmo, e le diede come arma parlante ora la mezza-canna, che conta appunto quattro palmi, con la quale i rivenduglioli misurano la cotonina; ora due palme di piedi, che tra quella gente dovevano esser villosi, da quei contadini che erano. Le due cognate, a furia di sarcasmi e di liti, per poco non si strapparono i capelli; come don Blasco, la zitellona non mise più piede in casa Francalanza; ma, come il fratello, non soffrendo di starne a lungo lontana, ci tornò alla prima occasione.


E solamente gli altri due cognati, il duca Gaspare e il cavaliere don Eugenio, non avevano dato tanti fastidii a donna Teresa.

Il cavaliere don Eugenio, al tempo di quelle lotte, non era in Sicilia. Destinato sulle prime ad entrare anche lui ai Benedettini come il fratello don Blasco, s’era salvato adducendo la propria inclinazione al mestiere delle armi. Fu la prima menzogna che disse, per evitare il convento: non poteva sentirsi chiamato ad un mestiere quasi sconosciuto in Sicilia, dove, come non c’era coscrizione e tra i popolani correva il motto: «piuttosto porco che soldato,» così neppure la nobiltà si dava alla milizia. Ma don Eugenio voleva anch’egli esser libero e guadagnarsi un posto nel mondo. Rimasto al Noviziato di San Nicola per educazione fin quasi a diciott’anni, se ne andò a Napoli all’uscir dal monastero, e fu ascritto alla nobile compagnia delle Reali Guardie del Corpo, certo di salir subito ai primi gradi. Dopo dieci anni era appena sotto-brigadiere. Infatuato come tutti gli Uzeda della sua nobiltà, aveva guardato d’alto in basso i compagni ed anche un poco i superiori, van-