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130 I Vicerè


— Ora — continuava frattanto Giacomo, — io credo prima di tutto conveniente, nell’interesse generale, che la divisione si faccia al più presto; in secondo luogo bisogna che tutti sappiano ciò che ho saputo in questi giorni io stesso....

— Che cosa?

— Una bella cosa! — esclamò, con un sorriso amarissimo. E dopo una breve pausa, quasi a preparar l’animo dello zio alla dolorosa notizia: — L’eredità di nostra madre è piena di debiti....

Il duca si cavò il sigaro di bocca dallo stupore.

— Vostra Eccellenza non crede? E chi avrebbe potuto credere una cosa simile? Dopo che abbiamo sentito tanto lodare, da tutti, il modo ammirabile tenuto dalla felice memoria nel mettere in piano la nostra casa? Invece, c’è un baratro!... Fin all’altr’ieri, non sospettavo ancora nulla. È vero che nei primi giorni dopo la disgrazia ebbi avviso di alcuni piccoli effetti sottoscritti da nostra madre, i possessori dei quali, durante la malattia, avevano pazientato oltre la scadenza; ma credevo naturalmente che fossero infime somme, di quei debitucci che tutti, in certi momenti, anche i più facoltosi, hanno bisogno di contrarre. Potevo sospettare che invece sono migliaia e migliaia d’onze, e che ogni giorno spunta un nuovo creditore, e che se continua di questo passo, il meglio dell’eredità se n’andrà in fumo?...

— Ma il signor Marco....

— Il signor Marco — riprese il principe senza dar tempo allo zio di compiere l’obbiezione, — ne sapeva meno di me ed è più sbalordito di Vostra Eccellenza. Vostra Eccellenza sa bene che carattere avesse la felice memoria, e come facesse in tutto di suo capo, e si nascondesse non solamente da coloro che dovevano essere i suoi naturali confidenti, ma da quegli stessi nei quali aveva riposto fiducia.... Il signor Marco non ha notato nel suo scadenziere neppure la decima parte delle somme di cui adesso siamo debitori. Io non so che pasticci ci sieno sotto. S’immagini che esistono effetti scaduti da tre,