Pagina:I Vicerè.djvu/218

Da Wikisource.
Jump to navigation Jump to search
216 I Vicerè

donna neppure udiva le diatribe del Cassinese; e presa un giorno a parte Lucrezia, le cominciò un lungo discorso per dirle che dichiararsi malcontenta del testamento materno era un peccato eguale a quello di disobbedire alla madre morta. La principessa, da madre saggia e giusta, aveva ripartita la sua sostanza «con la bilancia» perchè al cuore di una madre tutti i figli dovevano essere «egualmente cari». Certo il principe e il conte avevano ottenuto una parte privilegiata; ma erano appunto il principe, cioè il capo della casa, l’erede del titolo, e il conte, cioè quell’altro dei figli maschi che aveva una famiglia da mantenere con lustro. Per gli altri, la sant’anima aveva fatto le parti eguali «fino all’ultimo baiocco.» Le davano a intendere che avrebbe potuto aver terre, invece di moneta? Egli citò l’antichità, i testamenti dei defunti principi di Francalanza, l’istituzione fedecommissaria e la legge salica, portando ad esempio quel che era avvenuto nella generazione precedente. Donna Ferdinanda aveva forse avuto beni stabili? Adesso, sì, ne possedeva, ma perchè, dotata di quello spirito di accorta prudenza che era tradizionale nella famiglia, aveva moltiplicato il capitale lasciatole dal padre, invertendolo successivamente in beni immobili. C’era anzi di più: chi aveva preso moglie, fra tutti quei figli? Nessuno! Don Blasco, con vocazione «esemplare», aveva rinunziato agli adescamenti del mondo per professarsi. La primogenita s'era chiusa a San Placido, nè il duca e don Eugenio avevano preso moglie, nè donna Ferdinanda marito. Perché? Perché essi si consideravano come semplici depositarii della loro parte di fortuna! Nella presente generazione, la regola aveva avuto due eccezioni: il conte che aveva sposato donna Matilde, Chiara che era diventata marchesa di Villardita. Ma qui rifulgeva lo zelante amor materno della principessa. Non tutte le persone son fatte ad un modo; ciò che ad uno pare soverchio od inutile è ad altri necessario; chi si contenta di uno stato e chi ne soffre. La buon’anima