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I Vicerè 229


— Andate a denunziarci!... Ne sareste capace!...

— Farei il mio dovere!

— Fareste la spia!

— A me?...

Padre Massei, che se la godeva seduto sopra un sedile, esclamò a un tratto, vedendo il gesto con cui don Blasco sfibbiava la sua cintola di cuoio:

— Sst!... Sst!... Viene l’Abate.... — ma don Blasco tonò:

— Me n’infondo dell’Abate, del Priore e del Capitolo! Avanti, chi si sente da più! A me spia, manetta di carognuoli?..."

Vedendo che diceva sul serio, Padre Dilenna gli si fece incontro, rabbuiato in viso. Allora Pedantoni fu costretto a mettersi in mezzo, per dividerli:

— Andiamo, finitela. È questo il modo?...

Da un pezzo le discussioni finivano così, con le grida, gli insulti e le minacce. Don Blasco era diventato un energumeno dopo che i liberali rizzavano la cresta per via degli avvenimenti di Lombardia, della cacciata del Granduca da Firenze, dell’agitazione che propagavasi per tutta l’Italia. «Questa volta è per davvero! Son sonate le ventiquattro!...» dicevano, ed egli prima si scagliava contro Napoleone III, contro quel «figlio di non so chi» al quale non bastava la propria tigna e veniva a grattare quella degli altri: poi tonava che Francesco II li avrebbe costretti ad arar dritto: «Perchè è ragazzo? Perché non c’è più suo padre?... Vi farà legare dal primo all’ultimo! La vedremo!...» Ma il suo più grande furore scoppiava quando i liberali, dopo aver profetato imminenti novità in Sicilia, dopo aver parlato di moti rivoluzionarii già belli e pronti, gli adducevano in prova il ritorno di suo fratello, del duca di Oragua, da Palermo. «Quello lì in galera, legato mani e piedi; quell’imbecille, pazzo, brigante e traditore!...» Poi, ridendo di sè stesso, lo vituperava altrimenti: «Lui, pericoloso? Quel pezzo di coniglio? Lui congiurare? È tornato per la squacquerella che ha addosso!... Palermo