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I Vicerè 245

così strano, che i ragazzi smisero di picchiare il delatore, guardandosi turbati. A un tratto Giovannino esclamò:

— La rivoluzione!... — e rientrò di corsa.

Le squadre erano finalmente scese in città, per dar l’attacco ai Napoletani. Tutti i monaci erano tappati dentro; l’Abate aveva fatto serrare i portoni dopo che tutta una popolazione spaventata s’era venuta a rifugiare nel convento. Solo il campanile era rimasto aperto ai rivoltosi, i quali continuavano a sonare a stormo mentre s’udiva il rombo delle prime cannonate del castello Ursino.

Don Blasco, nonostante il coltello che portava sotto la tonaca, verde dalla bile e dalla paura, era venuto a rifugiarsi, insieme coi borbonici più sospettati, al Noviziato, come in un cantone più sicuro, dove, per via dei bambini, nessuno sarebbe entrato; nondimeno diceva ira di Dio di quel vigliacco di suo fratello che era rimasto dentro col pretesto dei portoni chiusi, ma complottando ancora con quell’altro «porco» di don Lorenzo Giulente.

— Perchè non scende in piazza? Perché non va a battersi? Gli apro io stesso, se vuole!... Carogna! Traditore!...

Il duca, in confabulazione con l’Abate e col nipote Priore, disapprovava invece l’attacco, riferiva il savio e prudente ultimatum del generale Clary:

— Clary mi disse ieri: «Aspettiamo quel che fa Garibaldi: se resta a Palermo, m’imbarco coi miei soldati e me ne vado; se no, avrete pazienza voi altri: resterò io.» Mi pare che diceva bene! Che bisogno c’era d’attaccarlo?... Le sorti della Sicilia non si decidono qui!... Ma non vogliono ascoltarmi! Che posso farci? Io me ne lavo le mani!...

— Non vogliono ascoltarlo? — tempestava don Blasco. — Dopo che li ha scatenati?... E adesso fa il gesuita?... Per restar bene con Clary, se la ciurmaglia ha la peggio?...

Il cannone tonava di rado; gente arrivata dalla Botte