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266 I Vicerè


— E non poter sapere da qual mano vengono! — esclamava Benedetto. — Non poter dare una buona lezione a questi vigliacchi!

— Che possiamo farci! — rispose allora l’offeso. — Sono i piccoli inconvenienti delle rivoluzioni e della libertà. Ma la libertà corregge sè stessa.... Non ve ne date pensiero....

Però, appena quei due se ne furono andati, egli si mise il cappello in capo e salì difilato a San Nicola, dove chiese del Priore don Lodovico.

— Guarda che tuo zio, — gli disse tranquillamente, — giuoca a un brutto giuoco. I cartelli anonimi vengono da lui e dalla sua comarca. Che egli se la prenda con me, non m’importa; mi giova, anzi, procurandomi maggiori simpatie; ma se continua a prendersela con tutti, a sparger sospetti e notizie bugiarde, potrà toccargli qualche dispiacere. Te l’avverto, perchè tu che gli stai vicino glie lo faccia sapere. A lungo andare tutto si scopre.... Badi!

Il priore non ne fiatò con don Blasco, ma riferì ogni cosa all’Abate perchè questi ne tenesse parola con qualcuno degli amici del monaco. Padre Galvagno fu incaricato della commissione; all’udire quel discorso, don Blasco diventò verde come l’aglio.

— Dite a me? — esclamò. — Siete impazziti, voi e chi vi manda. Dovete sapere che se io ho da dire ciò che sento, lo dico sul muso a chi si sia, occorrendo anche a Francesco II, che Dio sempre feliciti! — e fece un inchino profondo. — Figuratevi un po’ se ho paura di questa manetta di briganti e carognuoli e... — e qui ricominciò a sfilare una litania più terribile delle solite.

Ma i cartelli anonimi divennero da quel giorno più rari, e a poco a poco cessarono. Il monaco, a cui la bile quasi schizzava dagli occhi, sfogavasi in casa del principe — quando il duca non c’era — dicendo cose enormi contro il fratello, insultandolo, infamandolo, rovesciandogli addosso epiteti di novissimo conio, a petto