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I Vicerè 269

poteva essere che restasse in casa; ma nostra madre è all’altro mondo; e quando pure vivesse....

Egli insisteva spesso su questo tono, ripeteva che sua sorella era libera di prendersi Giulente, ma le parole gli cascavano di bocca, troncava a mezzo il discorso, come se avesse dell’altro da dire, e tacesse poi per prudenza, per convenienza, per non parere ostinato. Tanto che il duca un giorno gli domandò:

— Ma parla chiaro! Sei contrario a questo matrimonio?

— Io?... Quando è approvato da Vostra Eccellenza!...

— Giulente non ti piace?

— Ha da piacere a me?... È un buon giovane; basta saperlo amico di Vostra Eccellenza.... Discretamente agiato, anche.... Io non ho i pregiudizii della zia Ferdinanda e di don Blasco; i tempi oggi sono mutati.... Vostra Eccellenza si persuada pure che se Lucrezia crede di poter essere felice con lui, io non mi opporrò.... Però è giusto che neppur lei mi cerchi lite!...

— Perché dovrebbe cercartela?...

— Perchè?... Perchè?... Vostra Eccellenza non sa nulla, era a Palermo in quel tempo!... — E allora gli confidò i dispiaceri che la sorella gli aveva dati, complottando con Chiara, col marchese, con Ferdinando, accampando diritti, interpretando a modo suo la legge, accusandolo perfino di volerla spogliare con tutti gli altri. — Adesso, se va a marito, bisognerà finirla con tutta questa storia.... E Vostra Eccellenza vedrà che cominceranno da capo!

— Nossignore! — rispose il duca, fermamente. — Il matrimonio si farà, ma prendo impegno che tu non sarai molestato.

Già Padre Camillo aveva tenuto un simile discorso alla ragazza. Aveva cominciato a dirle che quell’unione era avversata da tutti, in famiglia, non perchè presumevano che restasse zitella — quantunque!... benchè!... — ma per la ragione che non era un partito conveniente. La considerazione della nascita aveva certo la sua impor-