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I Vicerè 283

studiato per suo piacere, non già per esercitare la professione. E quantunque non fosse della costola d’Adamo, pure aveva l’educazione dei signori, dava dell’Eccellenza al padre e alla madre; quand’era entrato in casa della promessa aveva regalato alla servitù quel che si deve. Forse i suoi parenti non erano molto fini; ma gli sposi non dovevano fare tutta una casa con loro. Per tutte queste ragioni, Baldassarre non poteva permettere che i suoi dipendenti cicalassero; ma le chiacchiere non finivano mai, e soltanto l’arrivo del contino le avviò sopra un altro soggetto. Che il padroncino Raimondo non fosse venuto per affari, come certuni volevano dare a intendere, era certo e sicuro agli occhi della servitù: se fosse venuto per affari avrebbe portato almeno una valigia, non già quel sacchetto con due camicie e due paia di calze e di mutande; nè avrebbe avuto quella brutta ciera, lui che era sempre di buon umore, lontano dalla moglie! Gli affari, se mai, li aveva col principe suo fratello, e invece se ne andava tutti i giorni dalla zia donna Ferdinanda, quella che era servita di coperchio, nei primi tempi dell’amicizia con la Fersa. E donna Ferdinanda diceva chiaro a tutti la sua opinione; allo stato delle cose, attesa l’incompatibilità dei caratteri tra marito e moglie, non c’era da far altro che separarsi, da buoni amici: mettere le ragazze in collegio, maritarle al più presto, e del rimanente ciascuno per la sua vita.

Il principe, invece, non parlava al fratello nè della moglie nè delle bambine, neppure per chiedergli se eran vive o morte. Raimondo, per conto suo, pareva avesse lasciato la lingua a casa o, se diceva qualcosa, parlava del più e del meno, con aria distratta, impacciandosi meno che mai di quel che avveniva in famiglia. Dell’accordo dei legatarii, del matrimonio di Lucrezia non aveva fiatato, come fossero cose che non lo riguardassero punto, o intorno alle quali egli avesse già manifestato la propria opinione. E appena appena s’accorse di Giulente, del futuro cognato.