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312 I Vicerè

se non ne avessero mangiato mai prima di quella sera. E i Vicerè che guardavano dall’alto delle pareti! Basta: a lui toccava eseguire gli ordini dei padroni!

Giusto la cugina Graziella, appartata in un crocchio con la duchessa Radalì e la principessa di Roccasciano, diceva al principino che, straordinariamente, per la circostanza del matrimonio della zia, aveva ottenuto il permesso di restar fuori la sera:

— Questo qui lo mariteremo noi, a suo tempo! Avremo da pensar noi chi dovrà sposare!

Non sapeva in come fare per mostrare alla Giulente che quel matrimonio si faceva per forza, contro il piacere della maggioranza della famiglia. Ma donna Eleonora non s’accorgeva di niente: seduta accanto alla principessa e alla contessa Matilde, sorrideva di beatitudine al passaggio degli sposi, in volto ai quali, specialmente a Lucrezia, leggevasi la gioia del trionfo. Del resto, se donna Ferdinanda e la cugina le facevano il viso dell’arme, la principessa le usava molte cortesie, la contessa Matilde prendeva parte alla sua felicità di madre; la stessa Chiara veniva a gettarsi nuovamente accanto a lei.

— Siete stanca, marchesa?

— Io? No! Sto benissimo. — Le trafitture spesseggiano, quasi le toglievano il respiro: ella sarebbe stata felice di partorire lì, su quel divano.

Ferdinando, infagottato nell’abito di società che metteva per la seconda volta in vita sua, girava attorno come un’anima in pena, non conoscendo nessuno, da tanti anni che faceva la vita del Robinson. Era venuto per far da testimonio alla sorella diletta ed aveva fretta che la cerimonia finisse presto per tornare alle Ghiande.

Quando Dio volle, il corteo, sceso giù per lo scalone illuminato e preso posto nelle carrozze, s’avviò alla cattedrale. La funzione celebrossi nella cappella privata del Vescovo, da Monsignore in persona: tutti gl’invitati con le torcie in mano, gli sposi dinanzi all’altare sfolgorante e olezzante; donna Eleonora Giulente che piangeva come