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324 I Vicerè

tito per Firenze al servizio dello zio Raimondo; ma egli voleva spassarsi subito, sottrarsi alla tutela dei monaci, fare quel che gli piaceva. E all’idea di dover tornare nella prigione del convento, invidiava perfino le persone di servizio, il figlio di donna Vanna, Salvatore, che era entrato in casa Uzeda come mozzo di stalla, e passava tutto il santo giorno a cassetta, scarrozzando per la città. Consalvo lo invidiava e lo ammirava per le tante cose che sapeva, per le male parole che diceva liberamente; e Frà Carmelo, sonata l’ora di ricondurlo al convento, doveva sgolarsi un bel pezzo prima di stanarlo dalla stalla o dalla scuderia.

— Che hai fatto? — gli domandavano la mamma o la zia.

— Nulla, — rispondeva, un po’ rosso in viso.

Era stato ad ascoltare i discorsi di Salvatore, che gli narrava le gesta di tanti Padri Benedettini:

— La notte se n’escono per andare a trovar le amiche, e certe volte le conducono con loro, nello stesso convento, avvolte nei ferraioli: il portinaio finge di capire che son uomini!... Vostra Eccellenza che c’è dentro non le ha mai viste?...

Non aveva visto nulla, lui; e tutte quelle cose apprese in una volta lo stupivano e lo turbavano.

— Ma non è peccato?...

— Eh!... — faceva il famiglio. — Se avessero cominciato essi! Hanno fatto sempre così, i monaci! I Fratelli non sono quasi tutti figli dei vecchi Padri?

— Anche Frà Carmelo?

— Frà Carmelo?... Frà Carmelo è un’altra cosa.... È bastardo del bisnonno di Vostra Eccellenza, fratello spurio di don Blasco....

— Perciò mio zio?

— E Baldassarre anche lui.... fratello bastardo del signor principe.... Si sono spassati i signori Uzeda!... Poi, quando sarà grande, si divertirà anche Vostra Eccellenza!...

Ah, come aspettava di crescere! Con quanta impa-