Pagina:I Vicerè.djvu/369

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I Vicerè 367

Veramente, è un po’ troppo!... Qui sotto c’è lo zampino della zia Ferdinanda!... Non credete giunto il punto di avvertirli che siano più prudenti?...

La principessa non ebbe il tempo di rispondere, di nascondere il nuovo imbarazzo in cui quella domanda la gettava, quando Baldassarre, entrato senza far rumore, annunziò con la consueta sua bella serenità:

— Il signor conte e la signora contessa.

La cugina restò di sale. Raimondo? La contessa? Quale contessa?... E donna Isabella apparve, andò incontro alla principessa che le veniva incontro, l’abbracciò e la baciò sulle due guance.

— Come stai, Margherita? Ero impaziente di restituirti la tua cara visita di ieri....

Si davano del tu! La Fersa trovava modo di dire che Margherita era già stata da lei! E il principe sopravveniva, stringeva la mano a Raimondo, dicendo:

— Cognata e cugina, resterete a colazione con noi?...


V.


«Il duca d’Oragua!.... Il deputato, il patriotta!.... Dov’è? Dov’è?.... Eccolo lì!.... È ingrassato!... Manca da quasi tre anni!.... Viene da Torino?.... Signor duca!.... Eccellenza!....» E qui saluti ed inchini a destra e a sinistra, certuni che si tiravan da canto una decina di passi prima d’incontrarlo, e si scoprivano come al passaggio del Santissimo Sacramento: tutti che si voltavano a seguirlo un pezzo con gli occhi quand’era già passato. Pochi godevano il privilegio di poterlo accostare, di stringergli la mano, di chiedergli le sue notizie; pochissimi, gli eletti, potevano onorarsi d’accompagnarlo, di scortarlo, di mescolarsi al codazzo degli intimi ammiratori ed amici che lo seguivano su e giù, alla prefettura, al municipio, ai circoli. Ed egli teneva il centro della strada, quasi ne fosse il padrone, ascol-