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I Vicerè 381

piena d'obbedienza verso il marito, sempre aspettando gli ordini che egli le impartiva spesso con una sola guardata. La cugina a poco per volta quasi domiciliavasi a palazzo, dava ordini alle persone di servizio quasi le pagasse lei, esprimeva su tutti gli affari della casa la propria opinione, della quale il principe teneva più conto che non di quella della moglie; ma donna Margherita, invece di dolersene, respirava più liberamente perchè il marito la lasciava quieta, non pretendeva ch’ella gli desse ragione in tutto e per tutto, e non la rimproverava se le cose non riuscivano poi com’ei voleva. Pertanto, se qualche giorno la vedova non veniva, ella la mandava a chiamare prima che il principe notasse l’assenza, e la tratteneva tutto il giorno in casa, le affidava Teresina, la trattava come una sorella. Quell’intrinsichezza le procurava un altro vantaggio grande, impagabile, risparmiandole l’orrore di toccar le chiavi, i mobili, gli oggetti. Quando bisognava metter fuori biancherie, o frugare negli armadii, o riporre qualche cosa nelle casse, la cugina faceva tutto lei, andava e veniva con le chiavi alla cintola per la casa, la metteva sossopra, al punto che in sua assenza non si trovava più nulla e bisognava mandare qualcuno a chiamarla.

— Almeno, levassero via la bambina! — diceva donna Isabella, scandalizzata, a Raimondo. — La fanno assistere a un bello spettacolo!...

E don Blasco e donna Ferdinanda già cominciavano a fare anch’essi i loro commenti; ma quando Rosa Schirano partorì al marchese un bel figlio maschio, bianco e rosso, grosso e grasso, la nuova guerra tra gli Uzeda divenne generale.

Chiara, fuori dei panni dal piacere, riprese vicino a sè la cameriera, le cercò una balia, diede al piccolino tutto il corredo preparato un tempo pei suoi proprii figli. Lo teneva mattina e sera in braccio, lo dava a baciare al marito dicendogli: «Guarda com’è bello!... Ti somiglia, eh?...» ma quand’era sola, faceva calare dall’alto dell’armadio la boccia polverosa col mostricciattolo par-