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I Vicerè 389

tivasi inquieto. Giusto mentre finiva di legare la tavoletta, apparve, giù nella via, il signor Marco. Si fermò, un istante a guardare in alto, poi cominciò a gesticolare, domandando al maestro di casa che diamine facesse, e Baldassarre gli rispondeva additando le finestre del padrone, per fargli intendere che questi aveva voluto così. A un tratto il signor Marco si mise quasi a correre, e dopo pochi minuti gli arrivò dinanzi pallido e col fiato ai denti.

— Che fai? Perchè il si loca? Chi diavolo t’ha detto?

— Il principe, il signor principe.... c’è anzi una lettera.... lì, sulla tavola....

Leggendo il biglietto, le mani e le labbra tremavano al signor Marco, come se gli stesse per prendere un accidente; e Baldassarre, impaurito, si tirava un poco indietro, pronto a chiamare soccorso; quando, strappato malamente il foglio, l’altro gridò, con voce rotta:

— A me?... Il congedo?... Come a un guattero? L’ultimo del mese? Ladro schifoso? Principe porco?

— Don Marco!... — balbettò Baldassarre, atterrito.

— A me il congedo?... E il notaro per la consegna?... Credeva forse che gli volessi portar via i suoi denari?... Quelli che ha rubati ai fratelli e alle sorelle?... O le sue carte? le prove delle sue ruberie? delle sue falsità? ladro, ladro, ladrone? e più porco io che gli tenni mano?... Mi manda via perchè non ha più da spogliare nessuno?...

Con le mani in capo, Baldassarre scongiurava: «Don Marco!... Signor Marco!... per carità!... possono udirvi!...» ma l’altro, fuori della grazia di Dio, tremando dall’ira, buttava fuori quel che aveva in corpo contro il padrone e tutta la sua razza:

— Dieci anni! dieci anni di studio per rubare i suoi parenti! quegli altri pazzi e furbi, scemi e birbanti!... E non mangiava, non beveva, non dormiva, studiando il modo di accalappiarli, facendo il moralista, fingendo l’affezione, il rispetto alle volontà di sua madre: pezzo di gesuita più di quell’altro Sant’Ignazio del Priore, pezzo di porco più di quell’altro maiale di don Blasco!