Pagina:I Vicerè.djvu/447

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I Vicerè 445

male! la vita delle taverne e dei lupanari!... Credi forse che non sappia le tue sporche prodezze?... Come non arrossisci dalla vergogna? Come non vai a nasconderti lontano dalle persone a modo? La dignità del tuo nome calpestata in compagnia dei più schifosi bagordieri! E non parlo dei denari scialacquati, buttati via come fossero sassi! Chi spende per capricci, per divertimenti pazzi quanto questa bestia?... E non basta lasciarlo fare, non dirgli nulla, metter mano tutti i giorni al portafoglio!... E ardisce lagnarsi che non ha abbastanza! E invece di scusarsi, di chiedere perdono, vuol rifatto il resto! Oh, con chi credi di trattare, imbecille?... Io non pagherò un soldo! Ed è tempo d’intendersi, sai! Giacchè ci siamo, una volta per tutte!... Qui bisogna mutar registro!... Fin a quando starai in casa mia, hai da fare quel che piace a me, comportarti come tra la gente civile!... Questa non è una locanda, da venirci solo per mangiare e dormire! Io non ti posso imporre l’affezione, e non m’importa che me ne voglia: ma esigo il rispetto che m’è dovuto; il rispetto che devi a tua madre....

Consalvo non aveva detto una sola parola, non aveva fatto un gesto durante la sfuriata del principe. Questi aveva un bell’arrestarsi, dopo un’interrogazione o una esclamazione, quasi per dargli il tempo di rispondere qualcosa, di giustificarsi: in piedi presso la finestra, il giovanotto guardava nel cortile di servizio le carrozze tirate fuori delle rimesse e i famigli intenti a ripulirle: se fosse stato solo nel suo salottino non sarebbe rimasto più impassibile. Ma alle ultime parole del principe, si voltò lentamente.

— Mia madre?...

Aveva sul volto un’espressione indefinibile, di curiosità, di stupore, di dubbio, dominata da un sorriso tenuissimo, di soli occhi.

— Mia madre?... Mia madre è morta. Lei lo sa meglio di tutti.

Il principe tacque, guardandolo. A un tratto s’udì