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I Vicerè 465

tolante al balcone di mezzo, il deputato che in persona rispondeva salutando col fazzoletto alle grida di:

— Viva Roma capitale!... Viva Oracqua!... Viva il deputato...

A un tratto, mentre alcuni gridavano per ottener silenzio, aspettando un discorso d’occasione, il duca scomparve. Per evitare il pericolo di dover parlare, giacchè Giulente non lo poteva aiutare essendo con la moglie al letto dell’agonizzante Ferdinando, egli scendeva incontro ai dimostranti, veniva a mescolarsi tra la folla.

— Evviva!... Evviva!... Alla Prefettura!...

E la marcia ricominciò. Don Blasco, con la bandiera a spall’arme, la tuba un poco di traverso, il colletto monacale madido di sudore, andava in mezzo alla dimostrazione a braccio del professore che lo aveva ripescato e non lo lasciava più.

— Fuori i lumi!... — gridavano i suoi seguaci a ogni passo, e applausi e fischi s’alternavano secondo che le finestre illuminavansi o restavano serrate e buie com’erano. Dinanzi a una bottega di merciaio, la fiumana dei manifestanti s’arrestò un momento: «Le torcie!... Le torcie a vento!...» E tutte quelle che ci erano furono distribuite e accese immediatamente. La luce fosca, fumosa, si rifletteva contro le case, illuminandole, strappando vivi bagliori ai vetri delle finestre; sul mare delle teste fazzoletti e cappelli s’agitavano; la banda eccitava l’entusiasmo sonando a tutto andare la marcia reale e l’inno di Garibaldi; e le grida echeggiavano più forte, più alte, più spesse intorno all’Onorevole:

— Viva Roma!... Viva l’Italia!... Viva Oracqua!...

A un tratto la dimostrazione s’arrestò nuovamente come se qualcuno le contrastasse il passo, e un vario vocìo si levò:

— Ancora!... Avanti!... Abbasso!... Morte!... Chi è?... Che c’è?...

Da un vicolo era sbucato un frate: alla vista della tonaca i dimostranti che stavano innanzi s’erano fermati e gridavano sul muso al malcapitato:

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