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I Vicerè 469


Questa circolare, diffusa a centinaia e centinaia di copie, provò ai concittadini del cavaliere don Eugenio che egli era ancora tra i vivi. Nessuna notizia di lui arrivava più da anni; sulle prime, aveva scritto ai parenti chiedendo quattrini in prestito per grandi e sicure speculazioni; ma poichè gli rispondevano picche, aveva finalmente smesso. Che cosa avesse fatto tanto tempo, dove fosse stato, non seppe nessuno. Nessuno di quelli che andavano a Palermo lo vide mai, nessuno udì parlare di lui, e insomma l’ignoranza dei fatti suoi fu così grande, che molti avevano supposto fosse passato zitto zitto al mondo di là. La posta non aveva finito di distribuire il manifesto dell’Araldo Sicolo, che arrivò l’autore in persona.

Mancava da tanti anni, ed era naturalmente invecchiato, toccando ormai la sessantina; ma stranamente imbruttito, anche, e quasi irriconoscibile. Sul viso dimagrito ed emaciato il naso sembrava essersi allungato, come una tromba, una proboscide, un’appendice flessibile atta a frugare in mezzo al letame; la caduta dei denti, affossando la bocca, aveva contribuito anch’essa a quell’apparente crescenza che dava a tutto il viso un aspetto basso, ignobile e quasi animalesco. Indosso, la sordidezza della camicia e dell’abito a coda, troppo lungo e troppo largo, con un panciotto che era stato bianco e l’untume del cappello che pareva sudasse dal troppo caldo, lo facevano prendere per un servitore di trattoria o per un bigliardiere di bisca; la gotta che gli tormentava i piedi lo costringeva ad un’andatura storta e strisciante. Prese alloggio in un albergo d’infimo ordine; ma alle prime persone alle quali si diede a conoscere — giacchè nessuno lo riconosceva — egli disse che non aveva trovato camere disponibili al Grand Hôtel e che, partito improvvisamente da Palermo, non aveva potuto portare con sè i bauli — i bàuli, come pronunziava.

La sua prima visita fu pel capo della famiglia; ma, giunto dinanzi al portone del palazzo, vide con stupore