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496 I Vicerè

temente, accortamente, una clientela: il principino di Mirabella l’aveva già bell’e pronta. Alla cultura, alla competenza, egli non pensava: se aveva potuto fare il deputato un ignorante come suo zio, egli si credeva capace di reggere i destini della nazione. La forza della memoria, la facilità della parola, la sicurezza dinanzi alla folla che erano mancate al duca e lo avevano tormentato per tutta la vita accrescendo la sua miseria intellettuale, Consalvo le possedeva: a San Nicola, dinanzi ai monaci che s’empivano il buzzo di cibo o al cospetto della folla che veniva ad ascoltar le prediche di Natale; più tardi nelle vie della città, nelle taverne, attorniato da gente d’ogni risma, egli aveva fatto sfoggio d’eloquenza: gli sguardi fissi su lui, il silenzio dell’uditorio aspettante non lo avevano mai sgominato. Che altro occorreva?

Aveva promesso alla zia di baciare, oltrechè le mani a Francesco II, anche i piedi al Santo Padre: egli soppresse questa seconda visita, poichè gli conveniva mutare non solo le abitudini ma anche le idee. Fin a quel momento era stato borbonico nell’anima e clericale per conseguenza, quantunque non credente, anzi scettico sulle cose della religione al punto di non andare a sentire la messa: altro capo d’accusa mossogli da quel bigotto di suo padre. Adesso, per mettersi e riuscire nella nuova via, egli doveva essere liberale e mangiapreti come Mazzarini. Andò tuttavia a visitare lo zio Lodovico. Monsignore l’accolse con l’untuosità consueta, con le fredde espressioni d’un sentimento preso ad imprestito per la circostanza. L’antico Priore di San Nicola pareva conservato sott’aceto; asciutto, senza un pelo bianco, con la faccia liscia, nessuno lo avrebbe giudicato sulla cinquantina. Ed i suoi occhi sfavillarono quando, richiesto dal nipote se sarebbe tornato in Sicilia, rispose piano, modestamente:

— No, pel momento. E i miei nuovi doveri mi tratterranno ancora più a Roma...

— Che doveri, zio?