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I Vicerè 537

cogli occhi, pareva cercar l’occasione di restarle vicino un momento.

— Che avete, cugina?... Non siete contenta?... — le disse, mentre la folla degl’invitati affacciavasi per veder passare la processione.

— No, non ho nulla... Perchè?

— Avete una cert’aria... Non per colpa mia, spero?

— Che dite mai!... Venite a veder la Santa.

Ella troncava così ogni volta i colloquii che minacciavano di prendere una piega pericolosa. Era dover suo fare così; non già che le parole tenere, gli sguardi innamorati del cugino le dispiacessero. L’altro fratello, meno riguardoso, senza dirle nulla di gentile, era capace di metterle le mani addosso, di brancicarla, di abbracciarla, voltando poi la cosa in ischerzo, facendo ridere tutti, togliendo a lei il modo di dolersene; ma i tentativi timidi e secreti di Giovannino la turbavano, come qualcosa di proibito, un vero peccato.

Al balcone, dove c’era ressa di signore, ella potè appena sporgere il capo per veder la processione: Giovannino le si pose accanto, fingendo anch’egli di guardare.

— Arriva...! Eccola...! Accendono i fuochi...

Saliva dalla via un rumore come d’alveare, tanta era la folla, e il campanone del Duomo coi suoi rintocchi lenti e gravi pareva batter la solfa alle campane della Badia, della Collegiata e dei Minoriti: «Viva Sant’Agata!...» Tutte le signore s’inginocchiarono; Teresa, prostrata, col capo basso, gli occhi fissi alla Santa, fece il segno della croce. Cominciava lo sparo dei fuochi d’artificio pagati dal principe; in mezzo al fumo che pareva quello d’una battaglia lampeggiavano i colpi rapidi e frequenti come le scariche di un reggimento; le grida di viva si perdevano in mezzo al fragore degli scoppii e solo vedevansi sul mar delle teste sventolare i fazzoletti come sciami di colombe impazzate. Teresa piangeva a calde lagrime, dalla commozione, pregando la Martire gloriosa di ricondurre la pace in famiglia, di comporre tutti i dissensi, di far felici il padre, il fratello, la ma-