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538 I Vicerè

drigna, le zie, tutti, tutti.... E a un tratto sentì prendersi, premersi, stringersi forte la destra: era Giovannino, inginocchiato al suo fianco. Ella non ebbe cuore di svincolarsi da quella stretta: le pareva che Sant’Agata benedicesse a quell’unione, che le promettesse il suo aiuto. E il crepitìo delle bombe e dei mortaretti, il clamore delle campane e delle grida umane diveniva più assordante; e in mezzo a quel frastuono le parve d’udire parole soavi, la voce sua che mormorava: «Teresa.... Teresa, mi vuoi bene?»

I fuochi cessarono a un tratto, e l’urlo degli evviva salì al cielo. Allora, dolcemente, lentamente, dopo aver risposto alla stretta di Giovannino, ella liberò la propria mano... E nel silenzio rifattosi a poco a poco, s’udì una voce che gridava:

— Ma siete insorditi?

Era il cavaliere don Eugenio, arrivato allora allora. Egli pareva più morto di fame di quando era partito. L’abito, tutto macchiato e rattoppato, gli piangeva addosso; le scarpe non dovevano veder cerotto chi sa da quanto, la cravatta pareva un pezzo di corda. Il viso del principe, alla vista dello zio, se era già scuro, si fece buio pesto. Dopo la sentenza contraria, ci mancava quest’altro affamato! Ed appunto don Eugenio aveva fatto il viaggio da Palermo per chiedere nuovi quattrini:

— Ho un’idea: siccome l’Araldo...

— Volete ancora denari?.... — gli gridò sul muso il principe, mettendo da banda l’Eccellenza. — State fresco! Non vi bastano tutti quelli che vi siete presi? Invece di restituire, chiedete dell’altro?

— Io non ho da restituire nulla; puoi pretendere solo le copie!

— Sicuro che le voglio!

— Dopo che ho rinunziato alla causa!

— Grazie tanto della rinunzia! Dice che il testamento è falso: avete capito? Andate a riscuotere la vostra parte, andate!...