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I Vicerè 595

ciavano a notare anch’essi il mutato umore di lei e non sapevano a che attribuirlo, o lo mettevano in conto di un malessere indefinibile di cui ella lagnavasi. Se avessero saputo!... Se avessero scoperto!...

Quando giunse al parossismo, il suo terrore si risolse, come una febbre. Che potevano scoprire? Quali atti, quali parole, quali sguardi d’intelligenza? Era mai accaduto nulla fra di loro, un giorno, un’ora, un minuto, che li avesse costretti ad arrossire? Dov’era la colpa, fuorchè nel pensiero? Ed era ella proprio sicura che egli nutrisse come lei il pensiero peccaminoso? Che prova diretta ne aveva? Quel suo spavento, al contrario, la repulsione che ora gli dimostrava, non potevano essere gli unici indizi denunziatori? E a poco a poco, sforzandosi a ragionare, quetossi. Egil sarebbe andato via, il tempo avrebbe ancor una volta spento il fuoco divampante a tratti nel suo cuore, come gl’incendii vulcanici....


Un improvviso peggioramento del padre la aiutò a dimenticare. Il tumore, scomparso da un pezzo nel punto dov’era passato il ferro del chirurgo, riappariva nuovamente tra le spalle, sotto la nuca. L’infermo, appena accortosi della nuova formazione maligna, ebbe un così formidabile accesso di furore impotente, che lo spavento gelò le anime dei suoi. Ella accorse, passò intere giornate al capezzale del disperato, sopportò pazientemente tutti gli scoppii del suo livore, alleviò le pene della madrigna. I dottori, al momento opportuno, s’apprestavano a tagliare, a bruciare; anche questa volta l’infermo urlò che non voleva. «Vogliono ammazzarmi! Non sono dottori, sono macellai!.. Li pagate per ammazzarmi, per liberarvi di me!...» E nel delirio, buttava via a un tratto la maschera dello zelante cattolico timorato di Dio, orribili, sconce bestemmie gli uscivano dalle labbra. La principessa si turava le orecchie, Teresa alzava gli occhi al cielo; i Monsignori però affermavano: «Non