Pagina:I Vicerè.djvu/603

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I Vicerè 601


Era la salvezza, ella pensava che era la salvezza, mentre la duchessa e Michele esclamavano:

— Un’altra volta? Per prendere una recidiva? In questa stagione?... Di qui non ti lasceremo partire!

Ella pensava che era la salvezza; e come Michele le domandò:

— È vero che non può partire?

— È un’imprudenza... — rispose.

Egli alzò lo sguardo su lei. Non si guardavano negli occhi da tanto tempo. Allora ella ebbe paura: quegli occhi spalancati, fiammanti, terribili, gli occhi del folle, ripetevano a lei: «Volete dunque farmi impazzire?»

E rimase. Ma divenne un selvaggio. Ella s’accorse subito della pazzia, perchè era rivolta contro di lei. La evitava, non le rivolgeva la parola. Quando gli presentavano i bambini li respingeva, quasi toccasse lei stessa nel toccar la carne della sua carne. Una terribile misantropia lo assalì, non andò più fuori: un giorno, costretto ad uscire, non rincasò. Tornò il domani: non si seppe dov’era stato.

Quel giorno ella fu chiamata, all’alba, dalla principessa. Il principe Giacomo era agli estremi; il sangue avvelenato incancreniva a poco a poco tutto il suo corpo. La mattina prima, con grande stupore di tutti, egli aveva mandato a chiamare Consalvo. Voleva fare un ultimo tentativo per indurlo a prender moglie; la paura della jettatura cedeva dinanzi alla suprema necessità di assicurare la discendenza. Nella mente superstiziosa, indebolita ancor più dal male, il matrimonio del figlio era d’altronde l’unico mezzo di togliergli quel funesto potere. Ammogliato, stabilito in una casa propria, padrone d’un assegno e della dote della moglie, non avrebbe avuto ragione di augurare corta vita al padre.

Consalvo venne subito, s’informò premurosamente della sua salute, sedette al suo capezzale. Il principe disse:

— T’ho fatto chiamare per dirti una cosa.. È tempo che tu prenda moglie.