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I Vicerè 603


— Il notaro! Il notaro! Il notaro! — mugolava.

Ad ogni parola dei familiari che gli domandavano che avesse, che tentavano calmarlo, mugolava, come un cane arrabbiato:

— Il notaro!... Il notaro!... Il notaro!...

Teresa lo trovò in quello stato. Non si chetò se non prima venne il notaro. E allora diseredò il figlio. Solamente nell’impeto dell’ira, per vendicarsi, aveva potuto indursi a dettare le sue ultime volontà. E, arrestando con rauche grida le osservazioni del vecchio notaro che non credeva alle proprie orecchie e cercava richiamarlo alla ragione e impedire quella mostruosità, dettò:

— Nomino erede universale di tutto il mio patrimonio, di tutto il mio patrimonio, mia figlia Teresa Uzeda duchessa di Radalì... con l’obbligo che essa faccia precedere il cognome dei suoi figli dal mio casato, chiamandoli Uzeda-Radalì di Francalanza... e così per tutta la discendenza, sino alla fine...

— Eccellenza...

— Scrivete!... Lascio a mia moglie Graziella principessa di Francalanza il mio palazzo avito... con l’obbligo espresso, espresso, scrivete: espresso, che vi dimori essa sola, vita natural durante...

— Signor principe!...

— Scrivete!... — E continuò a dettare i legati alle persone di servizio, ai parenti per il corrotto, alle chiese per le messe, ai preti per le elemosine; e non una sola parola, non un accenno a quel figlio. Ordinò che i funerali fossero celebrati col decoro competente al suo nome, che il suo corpo fosse imbalsamato; ma a mano a mano che esprimeva queste intenzioni, la sua voce s’arrochiva, gli spiriti vitali lo abbandonavano: quando finì, parve al notaro che l’ultimo momento fosse giunto davvero. Ma allora l’infermo si rianimò, prese il foglio, lo rilesse parola per parola e lo firmò. Quando le ultime formalità furono compite, quando il testamento fu chiuso, l'eccitazione venne meno a un tratto. Egil aveva parlato della propria morte! Aveva dettato le