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I Vicerè 613

merava le centinaia di firme disposte in colonna e le centinaia di biglietti da visita ammucchiati in due grandi vassoi, leggeva gli articoli necrologici terminanti tutti con: «Le nostre più sentite condoglianze al figlio inconsolabile;» i voti di simpatico dolore deliberati dal Consiglio comunale, dalla Camera di commercio, dai sodalizii politici. Quelle carte erano il documento e la misura della sua popolarità e del suo credito, poichè grandi e piccoli, noti ed ignoti, tutta la città passava sotto il portone del palazzo. Dopo il funerale, celebrato con pompa straordinaria, egli cominciò a ricevere. Dalle due alle sei di giorno, dalle otto alle undici di notte, le sale erano stipate: assessori, consiglieri, impiegati, il prefetto, il generale, il questore, parenti, amici, conoscenze, ammiratori d’ogni genere, fautori di tutte le risme, rappresentanti di tutti i partiti e di tutte le clientele sfilavano continuamente. Tutti insistevano, con un’aria d’occasione, sulla doppia incredibile sciagura; egli si diffondeva un pezzo sulla malattia del padre e sull’accidente del cugino; ma poi, per toglier dall’imbarazzo le persone, avviava il discorso sopra un altro soggetto, chiedeva notizie degli affari agli assessori ed al prefetto, commentava con gli altri i risultati delle elezioni generali, la nuova riuscita dello zio duca. Quindici giorni dopo le due morti, tornò al municipio: non sapeva ormai vivere fuori di lì, temeva che le cose andassero a soqquadro senza di lui, in mano di Giulente, che, come assessore anziano, aveva preso la firma.

Ingolfato di nuovo nel mare degli affari pubblici, quando tornava a palazzo, quando desinava, quando andava a letto, non pensava ad altro. Del resto nessuno lo disturbava, le inferme si rimettevano lentamente, assistite dalla principessa vedova, da Lucrezia tutta felice di poter fare nuovamente da padrona di casa, dalle altre parenti, senza contare i soliti Monsignori. La duchessa suocera cominciò prima a levarsi; aveva poco più di cinquant’anni, e pareva una vecchia decrepita. Teresa dava maggiormente da pensare ai dottori; il suo male,