Pagina:I Vicerè.djvu/629

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I Vicerè 627

avrebbe parlato un giorno intero senza riuscire a nulla. Il ceffone la convertì. Quasi che il suo torbido cervello avesse bisogno d’una scossa materiale per funzionare regolarmente, ella disse subito tra sè: «Ha ragione!» Durante le due ore passate in camera, a guardar nella via senza vedere, a passeggiare come una bertuccia in gabbia, aveva ripetuto mentalmente: «Ha ragione!... È Consalvo!... È lo zio!... Mi vogliono schiacciare!... Chi sa che cosa credono!... D’esser padroni di tutto?...» E ora, mentre Benedetto si sfogava, ella ripeteva: «Hai ragione! Hai ragione!...» Durante il desinare tacquero entrambi. Giulente assaggiava appena le vivande e lasciava la posata nel piatto. «Ti senti male?...Desideri qualcosa?... Vuoi andare a letto?...» Ella gli prodigava ogni sorta d’attenzioni, lasciava di mangiare quando il marito non mangiava più. A un punto, Benedetto si alzò. Si sentiva realmente male, tutto sossopra, e andò a letto. Ella l’aiutò a spogliarsi, gli sprimacciò i guanciali, gli preparò il caffè.

— Vuoi restar solo? Vuoi riposare?

— Sì.

Ella se n’andò. Aveva appena chiuso l’uscio che lo riaprì.

— Non t’angustiare, — tornò a dire al marito. — Deputati non se n’ha da fare uno solo. Ti presenterai anche tu. Vedremo chi è più forte, o lui o noi!


IX.


La situazione del collegio era questa: smantellata la rocca affaristico-conservatrice che per vent’anni aveva sostenuto il duca d’Oragua, sbaragliata l’Associazione Costituzionale, in dissoluzione la stessa Progressista, floride e battagliere le società operaie che trovavano finalmente, nel voto, l’arma con la quale poter scendere in