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I Vicerè 65

solo incapace di stare a paragone con quella sublime degli Uzeda, ma neppur degna d’uno dei loro lavapiatti, di quei nobilucci morti di fame che vivevano facendo quasi da servitori ai gran signori. Ella non potè ordinare un abito alla sarta, nè comprare un cappellino o un paio di guanti, senza che il monaco criticasse l’occasione della spesa, la qualità dell’oggetto e la scelta del negozio. Ma don Blasco non risparmiava neppure gli altri parenti; non il padre, che aveva prima ingoiato un patrimonio e adesso era ridotto a vivere dell’elemosina della nuora, non il fratello che aveva lasciato portare i calzoni alla moglie, mentre egli portava invece.... «Santa prudenza! santa prudenza! aiutami tu!...» esclamava allora, tappandosi violentemente la bocca, dicendone più con quelle reticenze che non con un lungo discorso, confermando in tal modo le ciarle sparse sul conto della cognata, spiattellando poi in tutte sillabe il nome che conveniva a costei quando, morti i due principi padre e figlio nello stesso anno, la principessa restò sola, e molto più libera di prima, che era stata liberissima.

Ella lo lasciava cantare. Le grida del monaco non le potevano impedire di fare in tutto e per tutto quel che le pareva e piaceva. E don Blasco si dannava l’anima, vedendo le sue stravaganze e le sue pazzie. Il primogenito, in tutte le case di questo mondo, è il prediletto, nevvero? Lì, invece, era odiato! Chi era il preferito? Il terzogenito! Da secoli e secoli, il titolo di conte di Lumera era appartenuto, con tutti gli altri, al capo della casa: adesso, per puro capriccio, per una pazzia furiosa, toccava a quel Raimondo che era stato educato come un «porco»! E il secondogenito, a cui neppure il Re avrebbe potuto togliere il suo titolo vitalizio di duca d’Oragua, era invece chiuso a San Nicola!...

La storia di don Lodovico rassomigliava molto a quella di don Blasco, con questa differenza, tuttavia:

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