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46 I ricordi del Capitano D'Arce

sala, malgrado gli sforzi di Casalengo che stuzzicava e tormentava peggio di Sansiro la signora Gemma. La povera Ginevra s’era fatta seria, quasi sentisse pesare di tanto in tanto sulla sua graziosa testolina gli sguardi acuti del marito, il quale dal canto suo battevasi i fianchi per tener desta l’allegria nel crocchio della contessa. Gli uomini fingevano di essere occupatissimi nel fare onore alla cena, le signore sfioravano appena un’ala di fagiano o accostavano il bicchiere alle labbra. Sembrava che un’invincibile musoneria si propagasse da quel cantuccio per tutta la sala, senza che una parola fosse stata detta, senza che un’indiscrezione fosse sfuggita, senza che un gesto avesse tradito il segreto, quasi l’istinto di tutti quei complici mondani li avesse avvertiti insieme del dramma che celavasi sotto il sorriso. Il Comandante, vuotando l’uno dopo l’altro dei gran bicchieri d’acqua, animava però da solo il circolo della padrona di casa, la quale coll’occhio vigile intorno, col sorriso amabile per tutti quanti, guardava di tratto in tratto l’orologio posto di faccia a lei sul caminetto. A un dato momento, quand’essa toccò il bicchiere del Comandante con un dito di champagne spumante in fondo al suo, gli invitati si alzarono frettolosi. Degli augurii, dei baci, degli accenni, dei saluti