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studiati se mi fossero stati «prescritti» da un programma scolastico.

E da quel giorno io lessi e compresi tutto quanto più o meno direttamente si atteneva alla mitologia. Imparai a mente senza difficoltà l’Ode del Monti a Montgolfier, l’Educazione del Parini e un visibilio di poesie classiche di cui fino allora non m’era riuscito di capir le immagini e le similitudini più importanti.

Intanto crescevo a vista d’occhio.

Ero alta, sottile, slanciata, con due grandi occhi neri che mi illuminavano il viso pallido e fine. La mamma mi faceva vestire con molto gusto e quando le domeniche andavo in Duomo, alla messa di mezzogiorno, oppure mi trattenevo a sentir la musica in Piazza d’Armi (ora Vittorio Emanuele) mi accorgevo d’esser fatta segno a parecchie occhiate... espressive.

Fu deciso in casa che avrei fatto la prima Comunione e venni affidata, per l’istruzione religiosa, al parroco di San Pietro e Paolo, che non durò poca fatica a persuadermi di certe verità che oggi la mia fede sincera vede chiare e distinte. Insomma bene o male ne venne a capo e mi comunicai fra la commozione del babbo e della mamma e della famiglia Salomoni venuta apposta da Firenze per assistere alla cerimonia.

Del resto, niente passeggiate in carrozza, nè rinfreschi, nè inviti, nè sfoggi di veli bianchi e di ghirlande. Si fece un po’ di festa in famiglia, festa rallegrata dal cicaleggio grazioso del mio nipotino Ettore che non mi voleva chiamare (nè mi ha mai chiamato) zia. Egli aveva a Firenze altre due zie, sorelle del suo babbo,