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il baretti 55


il giaciglio ad un cuore cui il rombo del mondo
giunge di già più fioco».


Ed ecco il George perverso:

«Vedi, son più fragile d’un fiore di melo,
e più godo della pace che un agnelletto innocente;
e tutta via il ferro la pietra i semi del fuoco
giacciono, perigliosi, entro il mio petto esagitato.


Io discendo una scalèa marmorea
ove, nel mezzo, posa un corpo senza testa;
ivi s’accaglia il sangue del mio fratello diletto,
mentr’io strascico dietro il frùscio leggero
della mia clàmide di porpora».

(Algàbalo)


E ancora:

«La voluttà ci trae lungi del settentrione scialbo;
ove le lue labbra vampeggiano, ivi fioriscono
innumerevoli corolle,
e il tuo corpo sembra, fra mezzo, fluirvi
come una neve floreale;
fin che ogni arbusto ruscella d’accordi,
e si trasmuta in un alloro un gàlbano un àloè...».

Alla scuola di George si riconnettono due personalità emergenti: Max Dauthendei e Ugo von Hofmannsthal. Benché il primo, in un certo senso, costituisca una opposizione ai principi di George per la sua repugnanza ad ogni lirismo non elementare.

•••

Max Dauthendel.


Rade volte l’essenza d’una poesia corrispose si poco alla imagine del suo creatore, come nel caso di Max Dauthendel.

Raffiguratevi un corpo pingue, addobbato sommariamente di stoffe d’ambiguo gusto, ingemmato d’un cravattone che s’instaura mal a centro su d’un ampio colletto a risvolti; il tutto coronato da un viso largo e badiale. Se il baleno subitaneo che avviva di tratto in tratto le profondità degli occhi non parlasse d’un palpito segreto di cose inespresse, ci sarebbe da credersi, in buona fede, di fronte ad un uomo da negozi, la cui sagoma vedremmo, mentalmente, dipanarsi appena dall’intrico tumultuoso d’una sagra rustica.

•••


Nella storia dell’arte nulla è fortuito.

Le dottrine dell’arte nuova simbolistica sono logica reazione a quelle romantiche, se pur questo voler porle a fronte non significhi accentuarne più ancora la derivazione.

Alla grande dispersione romantica, dovuta soprattutto all’ansia di annettersi nuovi domini, seguita la distillazione diligentissima, per elementi supremi, dell’«arte per arte».

Fu un bene ed un male. Ma certo un bene, se si voglia considerar le cose dal lato del «verace linguaggio dell’anima», dello stile cioè, che venne acquistando significati e magnificenze sino allora ignoti. Il romanticismo, nell’affanno verso forme nuove, e nel travaglio d’infrazione delle vecchie, aveva, tranne pochissime individualità, mal riflettuto al problema formale. Il suo era un problema di contenuto, anzi ogni cosa.

Col chiuder invece l’Arte entro le muraglie dei suoi propri reami, il problema della forma veniva ad assumer senso dissueto ed importante. Non più l’oggetto d’espressione, ma il mezzo d’espressione venne ad essere il fulcro dell’indagine sulle fondamenta creative.

Le correnti romantiche sboccate, sul declino del secolo scorso, attraverso molteplici trasfigurazioni, nell’alveo simbolista, alimentarmi ivi una stupenda primavera ripense.

Artefici d’ogni sorte unico scopo alla loro arte posero il raffinamento fabrile d’ogni instrumento di essa. L’isvivatojo degli òrafi sembrò divenuto si esile, da gareggiare con un pistillo, sperto a penetrare quasi nei pori dell’argento o dell’oro. La parola sembrò divenuta più flessibile d’uno stelo, più leggera d’una nube, più impalpabile d’un profumo. Si giunse al punto sommo, al vertice d’un edilizio che, per troppa eleganza, bellezza e snellezza, sarebbe stato, avversando le leggi della solidità, inevitabilmente destinato a crollare.

•••

Apriamo ora «Ultravioletto». E’ segnato, nel catalogo del Poeta, come l’opus n. I. Fu composto in un villaggio svedese nel 1893, in solitudine.

«E, tacendo gli uomini, i fiori e le cose tutte cominciarono per me a discioglìer le lor voci. Le tinte cominciarono a cantare, il silenzio dei negri boschi divenne come una sonora voluttà estatica; poiché nulla turbava queste rivelazioni ineffabili». Cosi Dauthendel è dapprima l’aèdo degli effluvi e dei colori, delle sensazioni ebbre, del «vicariato dei sensi»'.

L’espressione non paia maldestra. Sarebbe disagevole trovarne, se si pensi, una più esatta per il fenomeno, notissimo in letteratura, che incide di se il primo Dauthendei. Nell’«Ultravioletto»,

Romanzi - Finzione

A. Aniante: Sara lilas - Romanzo di Montmartre ||
 L. 10
V. Cento: Io e me. Alla ricerca di Cristo - II ed. accresciuta ||
   » 6
T. Fiore: Uccidi ||
 »10
R. Franchi: La Maschera ||
   » 5
R. Jesurm: Il dono di Lucifero ||
   » 5
E. Pea: Fole ||
   » 5
P. Solari: La Piccioncina ||
   » 8

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ed anche nelle opere seguenti, colpisce l’applicazione sistematica d’un processo di amalgama delle sensazioni visive auditive tattili.

Le alghe brune rantolano, le voci candide dei narcissi melodiano e ridono, tra il marame vizzo. Il color lionato geme, il verde aureo e l’oro azzurrino balbettano. La luce è rigida e levigata, la quiete è cilestre come l’acciaio.


E ancora, per grazia d’esempio:

«Rifoli di tempesta
ardono, vermigli come vino;
il margine del mare è d’un purpureo
azzurro.

Profonda come giacinti
è la riva remota.

Un’iride, greve come
violette,
langue traverso nuvole
cilestre come incenso.

Nella tenebra
rorida, gorgheggia
un violento rusignolo».

Il procedimento è vecchio; non si dubita. Già nella «Sensitiva» di Shelley si parla di «Un pròfumo sì acuto, che giungeva nel senso come una musica». Ma ivi è questione d’un tratto sporadico: qui, invece, d’una applicazione costante.

•••

Con «Reliquie» entriamo in un solco assai remoto dai passatempi cromatici. L’amore fa per la prima volta il suo ingresso nel sacrario spirituale. Ne nasce, sotto lo stimolo delicatissimo, una lirica piena di castità melanconica, di timorosità sognante:

«Lunghesso il dolce campo lilla di trifogli,
per sino ai due fusti d’abeto
che inquadrano una panca,
si stende, come un vocalizzo di flauto
la rada, incisa nel verde dei butomi.

Dammi la mano.
Ti dirò ciò che questa quiete
vuol indarno nasconderli.
Dammi la mano...
e, nella mano, il cuore...».

Nella poesia di Dauthendel è, di frequente, l’allarme contro una potenza oscura ed ostile, a respinger la quale l’anima balza d’un tratto:

«Chi mi chiamò?
Io sussulto, terrorizzato.
La lampada,
fioca e tranquilla,
vigila.

Il mio giaciglio bianco:
e, d’ogni intorno, profonda
come un baratro,
la Notte.

Il mio cuore, che riposava
assopito con la terra,
sovrasalta.

Chi mi chiamo?
Chi mi chiamò dunque?

Appunto in questo terrore dell’ignoto ci sembra giacere la sua originalità più decisa.

Hofmannsthal.


L’arte di Hofmannsthal somiglia un’onda, che, prima di giungere al lido per viver ivi il suo attimo di plenaria impetuosa bellezza, si rintoppi in un subdolo; banco di sabbia affiorante sull’acqua.

«Fu precoce, delicato, triste»: tali parole che al Poeta suggerisce l’«Anatolio» di Schnitzler, potrebbero benissimo esser valide per lui stesso.

Precocità presuppone un’epoca di concentramento, di secessione completa da tutto ciò che è capace di turbare i tranquilli laghi dello spirito. Ed infatti Hofmannsthal, il cui primo libro, «La morte di Tiziano», risale al 1882, quando cioè egli aveva diciotto anni, visse lo spazio anteriore in erma solitudine intima.

Vi sono alcune indoli poetiche che possiamo, senza difformazioni, affigurar a quei saltatori che si attrappiscono e si raccolgono in sé stessi prima di lanciarsi, per conseguir un balzo più lungo. Altre, por contro, cui questo sforzo preliminare sgagliarda ed intormentisce per sempre il vigore dei muscoli.

Hofmannsthal è delle ultime.

In lui la poesia è rimasta in bocci, non s’é espansa in corolle, come un roaio strinato da una brina improvvisa. Non ostante che, forse, alcuni, sottilizzando, potrebbero inferire la primazia della promessa sullo sviluppo integro, e della gemma sul fiore.

Ognuno rammenta una pagina di Gauthier che è nella prefazione ai «Fleurs du mal». Il lirico francese esplora sin le stirpi più remote del meraviglioso albero della Poesia. Egli ne segue grado grado il consurgere, dalla sementa da prima gittata nella gleba creatrice, sino al terminale ghirlandarsi fruttuoso.

«Il Poeta può da allora (da quando cioè imprende a batter la propria strada) considerarsi come avulso dal resto degli uomini. In lui, l’azione s’arresta; egli non vive più, ma diviene lo spettatore della vita. Ogni sensazione gli diventa pretesto d’analisi. Involontariamente, egli si sdoppia, e, in assenza d’altro soggetto, si fa il delatore di sé stesso. Se gli manca un cadavere da sezionare, si prostende egli stesso sulla lastra di marmo nero, e, per un prodigio frequente in letteratura, affonda il bìsturi nel suo cuore medesimo».

L’arte di Hofmannsthal s’è fermata a questa fase. Per lui il mondo esiste — e come! — Ma totalmente a scapito dell’altro, di cui l'esteriore non è che il simbolo impreciso. Hofmannsthal è un caratteristico esempio di quei temperamenti refrattari alla vita, che, per quanto s'argomentino di rimontarne il corso verso le sorgenti native, son tuttavia respinti dalla correntia la cui violenza non riescono a sopravvincere. Ed è notevole a prezzo di quali tremende lacerazioni il Poeta cerchi squarciare il velo greve che gli si è avvolto alle palpebre.

Di questo affanno verso le libere potenze della vita in atto è corrosiva testimonianza «Lo stolto e la morte», una specie di dramma lirico ove nello stolto (Claudio) è adombrato l’autore stesso.

Se ne sprigiona una «Weltanschaming» desolata ed acre, come un sentore di crisantemi putri.

«La convalle crepuscolare era ricolma
d’un profumo grigio-argenteo,
come quando la luna traluce tra nubi.
Ma non era tuttavia notte.
Col grigio-argenteo profumo della convalle oscura.
fluttuavano, dubi, i miei pensieri,
mentre io più sempre sommergevami
nel murmurante mare stralucido,
lungi dalla vita.
Eran ivi meravigliosi fiori,
i cui calici brillavano indistintamente,
intrichi d’alberi tra cui
una luce fùlvida come di topazi
sgorgava in caldi fiotti, coruscando.


Tutto era pieno d’un profondo gùrgite
dì musica profondamente melanconica,
E questa — sentivo io - benché non potessi com-
(prendere appieno -
è la Morte
E’ la Morte che è divenuta musica, acuta e no-
(stalgica
dolce e oscuramente luminosa,
affine alla più desolata mestizia.
Ma, stranamente,
una brama della vita pianse, indicibile, nell’anima
(mia;


pianse come piange uno
che sovra un grande naviglio
dalle gigantesche vele gialle
trapassa, verso sera, sulle acque
cupe i cilestri, presso
una città: la sua città natia.
Egli allora riguarda le strade,
ode favellar le fontane, aspira
il profumo dei cespi di sambuco,
rivede se stesso, bimbo, a seder presso la ripa,
con occhi meravigliati, pieni d’angoscia,
pronti alle lacrime; vede, traverso la finestra a-
(perta
il lume acceso della propria stanza;
ma il grande naviglio lo trasporta con sé più lontano,
scivolando sulle acque cupe e cilestri senza strepito,
con le sue vele gialle, gigantesche e difformi».

Per altro, l’ipocrita lettore, ai cui occhi i crucci del Poeta non han valore se non trasfigurati in più pure essenze, ha da riferir grazie al tormento di Claudio; poiché esso gli dischiude, nel campo del mero sensualismo visivo, orizzonti di magnifico splendore.

Alla antica teoria romantica della identificazione ideale tra spirito e natura, espressa dal famoso aforisma: «la natura è lo spirito visibile, lo spirito la natura invisibile», succede la concezione d’un netto distacco, d’una chiara contrapposizione di termini. Lo spirito si pone di riscontro gli spettacoli della natura non per rimpiangere, come Faust, che sian solo spettacoli; ma per sentirsi, in opposizione con le forze e le leggiadrie dell’universo, più altero, più solo e più ricco.

Il Poeta di cui parliamo, adora lo sfarzo sino alla sofferenza.

«M’era imagine che un misterioso appello
traversasse l’azzurra notte respirante.
La Natura non era occupata dal sonno.
Con un fiato profondo ed umide labbra,
ella giaceva nella grande tenebra,
ascoltando il bruire delle cose segrete.


E il bagliore degli astri fluiva, trapelando,
sui prati molli e vividi...
E tutti i frutti dal fiore pesante si gonfiavano
nel pieno lume della luna,
e tutte le fonti fulgevano al suo transito,
e gravi armonie si risvegliavano.


E dove l’ombre delle nubi trapasàvano rapide,
surse un battito come di leni passi ignudi.
Io mi alzai pianamente:
allora allò nella notte un suono dolce,
come se s’udisse sommessamente modular il flauto
che il fauno pensivo si stringe nalla mano,
erto presso l’oscuro laureto,
presso l’aiola delle violette notturne.
Io lo vidi, immobile, luccicare marmoreo;
e a luì d’attorno, nell’umido azzurro argenteo,
in cui si cullavan i pomograni aperti,
vidi svolar chiaramente moltitudini d’api,
e suggere, chine sul vermìglio,
gli effluvi della notte e le linfe mature.
E, come il sommesso àlito della tenebra
mi feriva la fronte coi profumi del giardino,
mi parve di sentire come il fruscio d’una morbida
e quasi il tòcco d’una mano calda. (veste,


Nelle striscie dì chiaro di luna
le libellule danzavano,
e sullo stagno si distendeva un molle bagliore,
mentre esso sciabordava brillando.
E non so se fossero cigni,
ovvero membra candide di najadi bagnàntisi;
e quasi un soave odore di chiome feminee
si mischiava agli incensi dell’àloè...».

Hofmnnsthal ha tentato ultimamente anche la commedia borghese: ha provato ad interessarsi anche alle passioni d’uomini dell’esistenza cotidiana. Ma, come ognuno imagina di leggeri, ha fallito del tutto. Egli s’accusa un superba poeta lirico; troppo poeta, anzi, per non evocar la figura del favoloso re frigio, che, tutto trasformando in oro ciò che toccava, fu ridotto ad implorare dal Dio la revoca di questa condanna deliziosamente crudele.


RILKE

La Germania si può dire possegga una vera e propria tradizione di lirica religiosa. La riforma avea dato nascimento alla innica di Lutero, come al corale protestante, alla poesia intima familiare, come a quella della comunità orante nel tempio. Il diciasettesimo secolo fulge della diade Federigo von Spec - Angelus Silesius. Il «Peregrino cherubico» di Silesius supera però le opere consimili dell’epoca per un più deciso partecipare dell’anima ai tormenti terrestri del Verbo fatto carne, per un più sentito tremore dinanzi alla rivelazione ineffabile.

In cospetto dell’oceano senza prode del Divino, della Quiete sovraceleste, l’anima, assorta, scopre la possibilità dell’amore nella similitudine d’essenze che attua una ascensione mistagògica verso il grembo d’ogni luce, il focolare d’ogni vampa.

«Il Signore è in me il fuoco: io sono il riverbero;
non siamo noi forse intimamente affini?

La rosa cui il tuo occhio esteriore s’affisa,
non ha forse fiorito in Dio, sin dal cominciamento?

Noi preghiamo sia fatta a Signore, la tua volontà:
ma, ecco, il Signore non è volontà:
ben esso è una quiete perenne...».

Cosi Angelus Silesius, che esprime forse la vetta più alta della lirica mistica, del viaggio e delle ambagi d’uno spirito alla ricerca del porto oltresiderale.

L’epoca moderna segna un rigoglio potente della poesia religiosa: esso corrisponde, del resto a un intimo bisogno dell’anima tedesca. Il popolo germanico traversa oggi una crisi tremenda; e necessità imprescindibile di vita è per esso, l’ideal cibo della speranza.

Se la maggior parte dei conterranei guarda a Rainer Maria Rilke come ad un segnacolo, è, più che per la portentosa perfezione dei suoi canti impeccabili, per quello che in essi manifesta di fiducia inconcussa un’anima che ha sopravvinto il dissidio interiore e conciliatolo in una realtà superna.

Ascoltate questo frammento encomiàstico che ha tutta la musicalità solenne d’una passacaglia per l’organo di Pachelbel, o di Buxtehude:

«Tu sei il futuro, l’aurora augusta
sulle piane dell’Eternità.
Tu sei il grido del gallo che segue la notte degli (anni,

la rugiada, il matutino idromele, l’ancella,
lo straniero, la madre, la Morte.

Tu sei l’imagine perpetuamente trasmutàntesi,
che, ognora solinga, emerge dal Destino,
che rimane pur sempre non celebrata, non deplorata,
non descrivibile, come un forteto selvaggio.

Tu sei il profondo compendio degli esseri
che tace tuttavia la parola postrema di sua essenza,
e in ogni ora si rivela diverso:

al naviglio, in parvenza di lido,
ed al lido in parvenza di naviglio.

Tu vieni e vai. I serrami si chiudono
dietro di te senza un soffio.
Tu sei il più leggero di tutti,
di tutti quelli che disfiorano le case leggere.
L’anime posson farsi sì assuete al tuo solco,
da non distoglier lo sguardo dal libro
allor che le sue figure s’illeggiadriscono,
inazzurrate dalla tua ombra;

poi che tutte le cose ti riecheggiano,
or sommesso ed or sonoro...».

Ed in tale securità tranquilla, tramontano la nostalgia ed i desideri, di cui il Poeta ha già cantato:

«Ecco la nostalgia: rimaner saldo tra il flutto,
e niuna patria possedere nel Tempo.
Ed ecco i desideri: bisbiglio
dell’ore cotidiane dialoganti con l’Eterno».

La vita dello spirito s’esalta, nimbata di splendore, le potenze individuali si moltiplicano e dilatano:

«Niuno può dirmi fin dove s’estendano i limiti
(della mia vita:
s’io non sia anche la forza dell’Uragano,
o l’onda d’un lagume,
o una delle pallide, delle scialbe
bètule che tremano nel vento gelido di primavera».

Rilke è senza dubbio il più grande melopèo del momento. Qualche cenno biografico non è disutile.

Nato in Boemia, a Praga, nel 1875, egli non tradisce il suo nascimento in quella che Wagner dice - la terra degli arpeggiatori e dei cantori nomadi».

Critica - Filosofia

A. D’Entréves: La filosofia giuridica di G. F. Hegel ||
 L 7.50
P. Gobetti: La filosofia politica di V. Alfieri ||
 « 6
G. Marone: Difesa di Dulcinea ||
 « 10
P. Mignosi: Eredità dell'Ottocento ||
 « 6
T. Navarra: La rivoluzione francese e la cultura siciliana ||
 « 6
G. Sciortino: L’epoca della critica ||
 « 3
A. Tilgher: Lo spaccio del bestione trionfante ||
 »5
M. Vinciguerra: Un quarto di secolo (1900-1935) ||
 5»

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