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il baretti 73

Aleksjej Vassiljevic Koltsov

1809-1842


L’apparizione di Koltsov è un avvenimento nella storia letteraria della Russia, figli è il primo naròdnik: egli inizia quel vigoroso e schietto movimento poetico, genuinamente, e originalmente russo, per eccellenza nazionale e popolare di contenuto e, in parte, di forme, che va sotto il nome di narodnìcestvo (da naròd: popolo), che dalla terra e dalla vita dei contadini trasse l’humus suo più fecondo e i più vitali succhi, che in Koltsov, Nekràssov, Nikitin ebbe rappresentanti più puri, ma a cui s’accostarono con alcuni lati dell’arte loro anche Lermontov (nella mirabile «Canzone del prode mercante Kalaznikov») e Aleksej Toltstòj e Mej e Màjkov.

Nessuno più de Koltsov, per le sue origini e la sua vita, era chiamato ad aprir la serie dei poeti naròdniki.

Non pochi grandi poeti aveva avuti la Russia prima di lui — da Drnàvin a Zukovskij, da Loliionòsuic a Pùskin}} — ma questi tutti e gli astri minori intorno ad essi rotanti o anche solitari, -come Batjuskov e Baratynskj, di cui già si discorse, eran stati poeti letterati e raffinati e colti, quando non aulici e cesarei, che tutti avevan subito un lungo e profondo processo di formazione culturale, di arricchimento spirituale riflesso. Tutti, infatti, avevano invario grado e modo assimilato i tesori della cultura nazionale slava o, più ancora, quelli dell’antichità classica e quelli del contemporaneo Occidente europeo, soggiacendo a molteplici influssi stranieri (francese, italiano, inglese, tedesco): tutti, più o meno, avevan compiuto studi regolari e appreso a fondo svariate lingue moderne e più d’uno, magistralmente, il latino ed il greco.

Nulla di tutto ciò nello sviluppo intellettuale di Koltsòv.

Figlio di un prassòl, o negoziante di bestiame, di Voronèz, egli non trovò in casa, fra la madre ignorante e il padre la cui istruzione non andava oltre l’abbaco e l’alfabeto, in un ambiente di mercanti di buoi, di contadine e di mandriani, nè esempi, nè incitamenti, nè aiuti, e nemmeno soverchia indulgenza, al suo nativo desiderio di apprendere. Dodicenne appena, il padre lo levò di scuola per farselo compagno ed assistente nei suoi giri d’incetta e di vendita del bestiame per campagne e borghi e mercati, giri che duravan settimane e mesi; talvolta anche lo mandava solo con qualche garzone.

In questa nomade vita, che lo forzava a vagare cacciandosi innanzi gli armenti, spesso dormendo a cielo scoperto, sempre a contatto di boari e pecorai e contadini e d’ogni più umile gente, il giovane Koltsòv si familiarizzò precocemente da un lato con la libera natura della selva, della steppa e del campo, dall’altro con la rude laboriosa umanità che la popola, e l’anima delle sue voci, e vi attinge speranze e gioie e timori, ed ogni ragione della sua lieta a triste esistenza. E tutto ciò trovò un’eco nel suo spirito e riecheggerà più tardi, con vigore, freschezza e originalità sorprendenti, dalle sue canzoni.

Così quella natura e quella umanità furon le prime educatrici di Koltsòv, le sue prime maestre di verità, di suoni e di poesia. Presto vi s’aggiunsero, compagni assidui dei suoi pellegrinaggi mercantili, i libri, acquistati col tenui pendio, o a lui prestati da amici, e letti avaramente: prima fiabe e leggende popolarissime, come «Il Reuccio Bovà», «Ecuslàn Lazòrevic» o «Le mille e una notte», poi i versi di Dmìtriev, celebrato autore di fiabe e di favole, buon traduttore di La Fontaine, alleato ed emulo di Karamzìn. L’influenza di Dmìtriev fu decisiva per l’avvenire poetica di Koltsòv, perchè dalla lettura dei suoi versi e dall’appassionato diletto che ne trasse gli venne la spinta a scrivere la prima poesia.

Lo incoraggiarono su questa via un buon libraio di Voronèz, che mise a sua disposizione la propria biblioteca, e un giovane porta della stessa città, Andrèj Serebrjnskij, autore defila popolare canzone «Rapidi come l’onde son tutti i giorni della nostra vita»1 che gli fu affettuoso amico e severo censore poetico, contribuendo non poco a migliorare la sua metrica.

Con Serebrjnskij Koltsòv, che non riusciva a comprendere l’«Iliade» neppure nell’ottima versione del Ghujèdìc, lesse invece, entusiasmandosi, le tragedie di Shakespeare, sebbene in traduzioni scadenti.

Risale a quest’epoca lo sventurato amore di Koltsòv ventenne per una fanciulla serva della gleba, D, che viveva nella casa paterna: avversi all’idea di un’unione così impari, i genitori del poeta, approfittando di una sua assenza, vendettero la ragazza a un rivierasco del Don, presso il quale ella andava sposa ad un altro e poco dipoi moriva di stenti, senza che Koltsòv avesse potuto rivederla. Il giovane, che al ritorno dal viaggio, non ritrovando l’amata, aveva ceduto a una crisi di disperazione, e s’era gravemente ammalato, sì da far temere per la sua vita, finì per uscir temprato da quel bagno di dolore, cercando sfogo in nuove canzoni d’amore e di rimpianto.

Toccava a una nobile figura di colto mecenate N. V. Stankjevic, figlio di un ricco proprietario di Voronèz e studente, a quel tempo, dell’università di Mosca, il vanto di toglier Koltsòv dell’oscurità, facendogli a proprie spese stampare a Mosca, nel 1835, il primo volumetto dì poesie. Fu una rivelazione: Bjelìnkij fece al nuovo poeta le più cordiali accoglienze, scrivendo fra l’altro: «La semplicità dell’espressione e delle scene, la grazia di queste e di quella sono in lui inimitabili. Almeno, noi non avevamo finora alcuna idea di questo genere di poesia popolare, e solo Koltsòv ce l’ha fatto conoscere. Ma ciò che costituisce il fiore e il serto della sua poesia sono i versi in cui effonde la sua sommessa e sconsolata pena d’amore».

La fama di Koltsòv crebbe rapidamente. Lo stesso Stankjevic lo aiutò indirettamente a penetrare nel cenacoli letterari di Pietroburgo, dove egli conobbe i grandi scrittori dell’epoca: Zukòvskij, Puskin, il principe Vjazèmeskij, Odnjvskìj e altri, e quasi tutti gli furon larghi di cortesia e di appoggio. Pare che Zukòvskij lo presentasse, tanto all’imperatore Nikola Pàvlovic quanto allo tsarèvic, il futuro Alessandro II. L’incontro con Pùskin poi, sarà sempre per Koltsòv il più commosso momento della sua vita, ed alla memoria del sommo poeta, nel 1837 abbattuto dalla pistola di Dantes, egli dedicherà nello stesso anno la sua meravigliosa poesia II bosco, ove, senza sforzo alcuno di allegoria, ne adombra la tragica fine nella sorte del bosco, «non domato dai forti, ma fatto a brani dall’autunno nero» e paragonato all’eroe inerme nel sonno, a cui fu spiccata la testa «non con una gran montagna, ma con una pagliuzza».

In quell’ambiente di letterati e di amici il povero Koltsòv si sentiva felice, come chi veda compiersi il più vagheggiato dei suoi sogni, ma questa stessa felicità non era che una delle due facce del dramma angoscioso che doveva in pochi anni logorargli la fibra e condurlo a morte per etisia nel 1842. l’altro era rappresentata dalla dura necessità che lo legava, per quanto cercasse svincolarsene, al rustico ambiente e al prosaico mestiere paterno. Si può pensare con che animo, dopo la fiaba vissuta nei soggiorni di Pietroburgo e di Mosca, egli tornasse all’incetta dei montoni e al commercio dei bovi! Eppure, la volontà del padre e i bisogni della famiglia lo tenevano incatenato ad un mondo che gli era ornai estraneo, a un lavoro per cui provava solo più ripugnanza, con tutto l’ingrato accompagnamento di burocratiche brighe e di liti, in cui consumava sterilmente forze ed ingegno. S’aggiunsero da ultimo a tutto ciò la rovina degli affari e i dissensi col padre. La salute di Koltsòv ne fu irreparabilmente scossa. Nel 1841 egli lancia contro la sorte «mala strega», la disperata imprecazione de I conti con la vita: «Vita! a che mi lusinghi? Se forza Iddio mi avesse data, io spazzata ti avrei!» Un anno più tardi soggiace a quello che sembra il Fato comune dei poeti russi, muore nel fior dell’età a 33 anni. Il padre resta persuaso che siano stati i libri ad ucciderlo!

Con Koltsòv, già s’è avvertito, appare nella poesia russa un nuovo elemento. Con lui per la prima volta il popolo, il più greggio e sano popolo dei campi, esce fuor dall’anonimo delle vecchie e rozze pjèsni e si fa innanzi, e canta le sue cotidiane fatiche, miserie e vicende, le sue pene e le sue gioie, in forme che sono ancor quelle della lirica popolare spontanea, ma con ben altra dovizia di motivi e di temi, con ben più sagace penetrazione dell’anima del musìk e sopratutto con una fresca immediatezza di rappresentazione artistica e con un sobrio robusto realismo, che hanno il sapor delizioso di un frutto agreste pieno di succo e di forza.

La gloria di Koltsòv, da tutti i critici riconosciutagli, sta nell’avere, come nessun altro prima di lui, non escluso Pùskin, posseduto lo spinto e la forma della creazione popolare, che egli, però, avvivò di un delicato sentimento personale e improntò di una vigorosa originalità. Eran parte essenziale di questa un animo disposto all’ottimismo, ad onta d’ogni prova crudele a cui il destino lo sottopose, e una concezione quasi religiosa della terra e della fatica del contadino.

Di qui innanzi tutta la varietà di rappresentazioni e la ricchezza di accenti della sua poesia, che canta la vita degli umili nella sua totalità di luci e di ombre, di gioie e di dolori, senza preconcetti, nè demagogismi tendenziosi, nè arcadiche sdolcinature. Qui sta pure una superiorità di Koltsòv sul grandissimo, ma monocordo Nekràssov, che il popolo russo raffigurò unicamente in veste di sofferente, e di martire, svolgendo variazioni infinite sul motivo che «dove è popolo, è gemito».

Dal senso religioso, poi, del primo dei naròdniki discendono gli aspetti più spirituali e suggestivi della sua lirica: l’apoteosi del lavoro del contadino, non buio caos di fatiche, di patimenti e di lagni, ma impresa sacra, intimamente legata alla fede in Dio, che, secondo il popolo, «fa nascere il grano» (o «genera il pane»: una sola parola designa in russo l’una e l’altra cosa); la vicenda delle occupazioni campestri rappresentata quasi come la successione delle festose e solenni funzioni di un rito (v. Il canto dell’aratore. Il raccolto, ecc.); il contadino stesso concepito come un eroe che lotta i soffre impavido, che sa «davanti alla sventura resistere, sotto la minaccia fatale non dare, indietro un passo». Così Il falciatore, che, per guadagnarsi la sua Grùnjuska, figlia dello stàrosta, si compra una falce nuova e va nella steppa, donde tornerà con una «manciata di oro».

Stupenda è la religiosità di strofe come queste: «Una sommessa preghiera, io arerò, seminerò: fammi crescere Dio, il pane, mia ricchezza!» «Ora andrò a guardare, ad ammirare quel che manda il Signore per le fatiche agli uomini».

Giustamente perciò osserva Merezkòvskij essere «degno di nota chi, pur nelle preoccupazioni del pane cotidamo, del raccolto, delle madie colme, il punto di vista di quest’uomo pratico, che, studiò la vita di tutti i giorni, non è affatto utilitario, economico, come quello di molti intelligenti scrittori che s’affliggono per il popolo, ma è, anzi, il più elevato, ideale e per fin mistico...»

In questo misticismo è certo un motivo di più dell’enorme fortuna che le pjèsni di Koltsòv ebbero in Russia, ove ne furon fatte infinite edizioni e molte di esse, musicate, da valenti compositori ancor vivente l’autore e dopo (fenomeno che si ripeterà per Nekrasson e Nàdson), furon presto nei cuori e sulle labbra di tutti. Assai minor successo toccò alle sue «dùmy» (o «pensieri»), poesie con pretese filosofiche, in cui Koltsòv volle alzarsi, senza alcuna adeguata preparazione, all’esame dei più ardui problemi e che sono senza dubbio la parte più debole dell’opera sua.

Le felici, originalissime pjèsni, che valsero a Koltsòv il nome, più o meno appropriato, di Burns russo, eran già tradotte in varie lingue europee. Noi diamo oggi sul Baretti alcune delle migliori di esse, in attesa d’una prossima occasione di presentare ai lettori italiani le altre, che qui non possono trovar posto.

Alfredo Polledro.


NOTTE


Senza guardarmi in viso,
ella mi cantava
come il geloso marito
batteva la moglie sua.

E nella finestra la luna
in silenzio luce versava:
di voluttuosi sogni
era la notte piena!

Appena il verde giardino
sotto il monte nereggiava;
cupa figura a noi
da quello guardava.

Sorridendo, egli
dente contro dente batteva;
di rovente scintilla
il suo occhio brillava.

Ecco, egli a noi viene,
come quercia grande...
E quel fantasma era
di lei il marito tristo...

Per lo ossa mie
scorse un gelo;
io stesso non so come
al pavimento mi abbarbicai.

Ma tosto che egli
la mano alla porta mise,
io mi azzuffai con lui,
ed egli morto cadde.

«Che mai tu, cara,
tutta qual foglia tremi?
e con infantile orrore
a lui guardi?

Ormai non più egli
ci farà la posta,
non più verrà ormai
di mezzanotte all’ora!»...

— Ah, non è già che io..
la mente s’intorba...
Sempre due mariti a me
sono presenti:

sul pavimento l’uno
tutto nel sangue giace,
e l’altro — guarda —
là nel giardino sta!

Il bosco

(Alla memoria di A. S. Puskin)


Perchè, selvaggio bosco,
ti sei fatto pensoso?
di mestizia scura
ti sei annebbiato?

Perchè, Atletico Bovà2,
incantato,
con discoverta
testa nella lotta,

ristai a capo chino,
e non combatti
con la passeggera
nuvolosa procella?

Il foltofronzuto
tuo verde casco
l’impetuoso turbine strappò
o sparpagliò nella polvere;

il manto cadde ai piedi
e si disperse...
Tu stai a capo chino
e non combatti.

Dove mai finì
l’alta eloquenza,
la forza orgogliosa,
il valore regale?

Tu avevi una volta
nella notte taciturna
un traboccante canto
d’usignolo.

Tu avevi una volta
giorni di fasto,
l’amico e il nemico tuo
riufrescavansi.

Tu usavi una volta
a tarda sera
minaccioso con la tempesta
conversare;

spalancava essa
la nuvola nera,
t’abbracciava
col vento freddo,

o tu dicevi a lei con fragorosa voce:
«torna indietro!
sta lontana!

Turbina essa,
si sferra,
vacilla il tuo petto,
prendi a barcollare.

Riscotendoti,
mugghi a distesa,
solo sibili intorno,
voci o rombo...

La bufera piangola
e con voce bjèseji, di strega,3
e porta le suo nuvole oltre il mare

Ov’è mai ora la tua
vigoria verde?
Annerrito sei tutto,
velato di nebbia,

inselvatichito, muto;
solo, nel maltempo,
urli un lamento
per la sventura...

Cosi è, cupo bosco,
eroe Bovà!
Tu l’intera tua vita
logorasti con le battaglie.

Non ti domarono
i forti,
ti fece a brani
l’autunno nero.

Certo, nell’ora del sonno
sul disarmato
forze ostili
s’avventarono,

dall’eroiche spalle
steccaron la testa:
non con la spada,4
ma con una pagliuzza...


IL RACCOLTO


Di rossa fiamma
l’aurora avvampò;
sul volto della terra
la nebbia striscia.

S’acceso il giorno
del fuoco solare,
radunò la nebbia
sopra il vertice dei monti,

l’addensò
in nuvola nera,
la nuvola nera
s’aggrottò,

s’aggrottò
come impensierita,
quasi ricordasse
a sua patria...

  1. Andrèjev ne trasse il titolo del suo dramma: «I giovani della nostra vita», ove ne son citate alcune strofe
  2. Antico eroe popolare, dal quale s’intitola, oltre alla diffusssima fiaba del «Reuccio Bovà» un frammento di poema del Pùskin sedicenne. La figura di Bovà, come mostrò il Vesselòvskij, non è che la russificazione del noto Bovo o Buono d’Antona dei nostri romanzi popolari di cavalleria.
  3. Il bjèsrij, o spirito boschereccio, selvaggio o malefico, che sghignazza nelle selve e trae il viandante nel più folto di esse, è una delle duo principali divinità naturali, dalla mitologia finnica trasmesse agli antichi slavi, ancora semipagani: l’altra è il vodjanòj, o spirito delle acque.
  4. Lett.: «non con grande montagna», ma credo, in questo caso, di dover tradurrò liberamente, seguendo solo lo spirito dell’originale.