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toccaro o di scrbaro questa meta ò quello di accontentarsi di quanto si ha, e di conchiudero che, dopo tutto, la vita miglioro per ciascun di noi h ptoprio quella qualunque vita chu ciascun di noi ha avuto in dono dalla sorte.

Meno spesso, se non erro, gli studiosi di Orazio si sono indugiati a considerare che l’intimo segreto della poesia di Orazio non ò nella secura perspicuità con cui questo ideale di vita posseduto dal poeta è narrato ed esaltato da liti, ma ò invece nella reminiscenza dello lotte o dolio pene attraverso cui il poeta ò giunto a riconoscere ed a possedere codesto idealo. Quella tranquilla impassibilità ò fatta più di rassegnazione che di soddisfazione; e alla rassegnazione, alla linci it in in prutscu» ■ il poeta si 6 adattato si c piegato non senza renitenza c dibattimenti lunghi e dolorosi. Orazio ò nativamente un irrequieto, un ribello, un violent, o solo con l’Attrito doli’esperienza, con lu macerazione del pensiero, con la constatazione dell’inutilità dogli sforzi dell’uno contro l’inerzia e la malizia dei molti, solo col raffronto dol mal maggioro col male minore, c giunto, per l’erta dolla volontà non per il declivio dell’istinto, alla pacata visione del mondo, che passa j>cr esser caratteristica sua:

Durum: sed levin» fit patient in, Quicquid corrigcrt est nefa».

«Dura cosa ò; ma più Uovo si rendo, con la rassegnazione, tutto ciò che non (ci) è dato cambiare •.

Ma sotto tanta calma bene s’avverte ancora il residuo trepidare della passione antecedente:

e questo non solo nella commossa vivacità di certi epodi o di certe satire e liriche delle più antiche, e questo non solo nella irruenza con cui si butta talora il poeta nella polemica letteraria, ma anche nel concitato ardore con cui Anm trattoggiaro la figura del combattente, o sia esso il «robustu» neri militili puert o sia la < rustìcorum m oscula militum proles», o sia il ttnuior cromim... impiger hostium vexnre turino»», ma anche nella premura con cui 0razio coglie ogni occasiono per proclamar chiaro, a chi devo intendere, la sua pronta disposizione a tutelar ad ogni costo la sua indipendenza, a rendere ciò che la fortuna gli ha dato, ad avvolgersi nella sua virtù, a soffrir, pur di non degradarsi, la dura povertà e la morte, ma anche c sopratutto in quel tetro e disperato pessimismo, che di tanto in tanto dà fuori nelle odi sue, © por cui egli non teme di far riudire proprio alla chiusa dol poemetto dettato in esaltazione dello riforme di Augusto il disperato vaticinio dolla fatai decadenza del popolo romano:

«la generazione dei padri, peggioro degli avi, ha prodotto noi, più di essi al male inclini:

noi, che presto alla luco daremo progenie ancor più corrotta! * Ma ciò che sempre ridà ad Orazio la sua quiete, ciò che «lo restituisce a se medesimo»

è la campagna, Vagellus. Razza di proprietari terrieri — l’ultimo, paro, di sua stirpe — il venosino ha bene il senso, il rispetto, il culto della terra; i «campi ereditati», i «buoi proprii», la «roba raccolta sul suo», un podere anche piccolo, ma che sia un mondo chiuso fc compioto, questo ò il necessario o senza di questo non ò vita; il campicelo paterno ha fatto il miracolo dell’educazione d’Orazio; il più triste periodo della vita sua ò quello in cui Filippi lo rende a Roma amnistiato «umile con l’ali mozze, orbo del campo paterno»; o, quando l’amicizia di Mecenate — cioè, veramente, il riconoscimento de’ suoi meriti — lo rifà «proprietario», allora rinasco Orazio, o gli sgorga dall’animo il suo più bel canto, il canto ch’ò ingomma tutta una preghiera o una lauda religiosa, di lui Orazio, che pure ò a Deorum cultori così «pnreus et infrequent»: allora solo ò ricco c re, sebbene come tutti i contadini, egli segniti a dichiararsi, o a sentirsi, un povero diavolo rispetto al cittadino, al signoro. Como pure l’altro momento in cui Orazio ò più che mai lui medesimo ò quello in cui si fa a contemplare, indulgendo, lo spettacolo della commedia umana, la farsa delle piccolo debolezze umane, fra cui, ben inteso, comprese lo sue.

Non però egli è incapace di levarsi più in alto, chò anzi da ogni minutu visione di piccolo coso egli assurge allo considerazioni più generali, ed ò impaziente di lasciar ogni altro studio per la filosofia, e s’ò composto, nella maturità, un suo sistema, por cui daircpieure.ismo attinge un suo robusto razionalismo o una corta renitenza ad ammetter l’ingerenza di forzo non limano nella vicenda dei casi suoi, o il culto dell’amicizia e il sano criterio per la determinazione dei veri beni o delle vere virtù: mentre dallo stoicismo, di cui pur non accetta i grotteschi estremi o l’inumano rigore, ricava pure la norma del viver secondo natura, e l’impassibilità di fronto allo possibilità di sciagura e di morto, o un certo tono solcnno ch’egli sa sfoggiare, poetando, nello grandi occasioni. Ed è con queste redini e questi sproni, esperienza di vita, consigli di amici, insegnamenti di libri, che egli regge o correggo instancabilmente se medesimo, ed è con questa assidua disciplina cho egli s’ò domato o s’ò fatto quell’abito composto,:"nitoso cho ò l’«abito oraziano».

Ma il vortice, la somma, la liberazione completa ò, veramente, nell’arte, nella poesia, nclV illudere chnrtis. «Vostro, o Camene, io sono», «lutino dello Muse sempre, e •" lirico furore egli abbia visto veramente Dioniso fra remoto rupi insegnar carmi allo ninfo o ai satiri dalle aguzzo orecchio, (la libertà del poeta); o che, scrivendo a qualche novizio delle corti, dotti le epistole famose cho formano, capolavoro insu|Kìrato di utbanità e di dignità, il suo Cortigiano, (la libertà del saggio!); o che al tonnine della sua carriera, inducendosi finalmente a scriverò un’epistola direttamente all’Augusto, s’inJugi, non a caso, sul ncutrulo terreno della critica letteraria (la libertà dol lettorato).

Uomini e tempi oraziani.

Questo, secondo me, l’Orazio completo. Ma dal complesso di questi suoi attributi i posteri ne hanno ricavato alcuni, i più ovidonti e i più probabili, riudulgcntc umorismo, l’amore dell’ozio con dignità, il non idilliaco amor dei campi, il disdegno del volgo non disgiunto dall’interesse per gli umili, il gusto por la letteratura, la religione della patria, il dignitoso ossequio pei potenti, l’orrore del disordine, l’urbanità, la moderazione, l’equilibrio c ne bau formato un tipo di umanità, «l’uomo oraziano».

E come abbiamo l’uomo oraziano così abbiamo le «età oraziano», uomini ed età che non mancano ancho nella storia della nostra cultura, uomini di cui non si può dir corto cho non siati fra i più degni degl’italiani, età di cui non si può dire cho non sinn fra le più felici della nostra storia.

I.a più nota di queste otà oraziano ò, per noi il 700, il secondo 700, cho idolatrò il suo Orazio u in osso si specchiò: quella beata età in cui l’Italia ebbe la sua prima vera unità sotto una pacifica federazione di principi saggi indettati dai loro più saggi ministri, illuminati a loro volta dalla più saggia dello filosofie.

Dappertutto era pace o ricchezza c, regnando ovunque felicemente la ragione o la scienza, ogni domanda aveva la sua risposta, i grandi problemi si risolveva» con placida facilità, c le coscienze eran tranquille, gli animi sereni, la gente manierosa e bene educata. L’Italia non più riceveva dall’Europa di quanto le dava: ogni Italiano colto si sentiva a casa sua a Parigi o a Londra, ogni Iugleac u Francese non si sentiva straniero a Milano ed a Napoli; e dappertutto si parlava e s’ascoltava lo stesso linguaggio. Età «oraziana» veramente, nel pieno senso della parola, età in cui pullulano da noi, nella vita pubblica e nella vita letteraria, maggiori o minori — occorre far nomi?

— gli «uomini oraziani» d’Italia.

Ora anche la nostra tèrza Italia ebbe, in tempo neanche lontanissimo da noi, con una sua palingenesi di 700,,il suo «periodo oraziano».

IJn periodo in cui si tornò a giurare per la ragione e per la scienza, a crederò nel progresso e nell’umanità, o in cui da questa fedo e d* questo cullo ridondò per tutti una gran per spicuità e semplicità di idee un gran senso di quiete o di stabilità, un naturale istinto di comprensione o di tolleranza. Un periodo in cui l’Italia fu pacifica in un’Europa pacifica, o si avviò ad arricchirsi in un’Europa già ricca; o fra Italia ed Europa il dare e Laverò si pareggiavano, non tanto in danaro, merci, braccia, quanto — ciò che più conta — in pensiero e in coltura. I nostri uomini di studio intrattenevano care o feconde amicizie con i colossi della dottrina oltremontana, che magari calavano in Italia con la presunzione di trovarvi o scolari o vassalli, ma poi succedeva cho v’incontravan dogli uguali o degli amici. L’università italiana s’onorava di nomi europei: Carducci e Verga eran nel fiore; funzionari dell’Amministrazione della Pubblica Istruzione eran, per esempio, Gabelli e Fucini. Ognuno badava all’affar sup: i poeti poetavano, i professori studiavano ed insegnavano, i «produttori» produ* covano; e la politica la facevano i politici: c classo dirigente ben sufficiente ai tempi era una nostra borghesia terriera, assai colta e preparata al suo compito, il fiore dell’Italia anteriore al ’61, siciliani, napoletani, toscani, piemontesi, lombardi, nati ed educati nell’Italia divisa, ma allucinati dal mito dell’unità,’ che recavano nell’esecuzione della loro bisogna unificatrice tutto il tesoro della loro, sebbene inconfessata c rinnegata, educazione regionale, e mercè di essa specialmente vonivan mancomalo a capo della loro impresa unitaria. Voglio diro, ognuno l’ha inteso, quel periodo della storia d’Italia che comprende all’incirca, il ventennio 1870-1890: voglio dire «ritalietta» di allora, laica, neoclassica, positivista, postrivoluzionaria o perciò, conservatrice c perciò riformatrice, modera*a, misurata prudente cd asconnata, studiosa o quindi tn1lr’r~"‘- *»ntnottica o quindi umanitaria: un’Italia che ben si può, dopo quanto s’ò premesso, chiamare anch’essa «oraziana*.

Ora, Giustino Fortunato — c pur di Lui che parliamo qui oggi — Giustino Fortunato, deputato d’un collegio del mezzodì, fin dal 1880, conoscitore perfetto dei congegni amministrativi, instauratorc dol metodo storico e scientifico nello studio del problema meridionale italiano, amante fervidissimo della sua regione o del suo municipio ma incrollabile nella sua devozione all’idea unitaria, liberale, conservatore, moderato nel più degno significato di queste parole, ò bene una dello più esemplari e ’bello figure di quell’Italia che abbiam detto or ora.

Giustino Fortunato, figlio di nmdru venosina, nato sul Vulture, perfetto gentiluomo uscito da una famiglia di borghesi terrieri, ultimo di sua stirpo, bnsilicatese o italiano, avvezzo a scrutare con spietata perspicuità ogni problema morale sociale c politico, devoto apprezzntoro dello virtù o dei boni classici (Fides et Pax, et Jlonos Pudorqiie prisca$ et Virtù» et beata pieno Copiu conni) squisito cultore di umano lettere, arguto motteggiatore e pessimistico contemplatore della vita umana e nazionale, il nostro Giustino Fortunato è bene, nel più eletto senso dolla frase, un «uomo Oraziano».

E allora nessuna maraviglia so il suo tentativo di inicrpretaz’ono dell’Animo c della poesia oraziana sia riuscito così folicomcnto, nessuna maraviglia se Giustino Fortunato abbia potuto esser così «letterale» traduttore di Orazio, ho abbia potuto così facilmente, serbando il suo stilo e.restando se medesimo, udeguaro la sua forma alla forma della lirica oraziana, la sua mento alla mente di Orazio.

L’insegnamento di Piero.

E non voglio conchiudere senza un’awcrton za. Le giovani generazioni, quelle a cui appartengono, ]>or età, tutti, tranne pochi, gli amici del Barriti, hanno verso Io «età oraziano» dolla storia d’Italia dei grandi torti. Non no hanno ancora riconosciuto il merito: poco apprezzano il 700, nulla, null’affatto il periodo dal ’70 al ’90. Con questo poi sono state finora particolarmente, ingiuste. Itnlietta d’Umberto, l’Italia che «ò vile», l’Italia dalle «mani netto», o basta. Colpa, anche, dell’idealismo attualo, cho fu verso quest’Italia troppo ingiusto o sconoscente. Ma non obbe questi torti verso quolle Itulio il fondatore di questo foglio, Pieno Gobetti, il quale, figlio dell’idealismo ma iniziatore di quel moto di reaziono all’idealismo, che già ora si designa chiaramente in Itftlia c che non mancherà di dare suoi frutti, boti presto riconobbe quanto di importante o di ingiustamente negletto vi fosso in quel periodo, o amorosamente ricercò lo pagino dei migliori uomini, economisti e storici, delta scuola positivista italiana; o di là risalendo nelle suo ricerche sull’origine, dell’Italia contemporanea, oltre il romanticismo, oltre il protoromanticisino, si formò, prima di morire, al ’700, al «Risorgimento senza eroi*.

Non dimentichiamo I’csompio c l’insegnamento di Piero. Studiamo con animo roverento o grato la vita e l’opora di quegli uomini, di quolli cho io chiamo gli «Italiani oraziani».

I.a Sala di (Iinvaio, 10 agosto 1926.

AUGUSTO MONTI.

(1) Giustino Fortunato - ìtitepgendo Oraxio. Traduzione tolleralo di 32 odi o del Carme Secolare - Roma, Tipografia Cugginni, 1926.

Un poema di Rilke: “ORPHEUS,, Una. gentildonna straniera, la principessa Maria 7’hum mid Taxis, ha tradotto in italiano alcune liriche, edite e inedite, del poeta tedesco Raìncr Maria Rilke. I.’aniorc della nostra lingua, ch’ella parlò fin dalla fanciullezza, l’intelligenza perfetta del testo, Vanticfievole dimestichezza coll’autore dònno un singolare pregio a queste versioni, che non furono mai finora pubblicate. A Duino, nel castello ch’ella ereditò dalla madre, contessa Della Torre Valsàssina, ultima discendente dei Tor riatti signori di Milano, il poetq Rilkc compose quella ch’egli ritiene l’opera sua maggiore: "Die Duineser Elcgien,,; e queste versioni via via che furono scritte egli le ha conosciute e di alcune ha tessuto il più alto elogio, dicendo che non sono una traduzione, ma la sua stessa poesia com’egli l’avrebbe pensata in italiano.

Siamo grati alla gentile scrittrice epe ci permette d’avvicinare un grande e solitario poeta.

ORFEO, EURIDICE, HERMES (Da «Die neuon Godichto»).

Quest’ora dell’alane la strana miniera; quali mute argentee vene rigavano 10 tenebre suo. Tra le radici balzava 11 sangue che ascende ai mortali e cho porfido greve noli’ombra pare».

Ivi null’altro rosseggia.

Rocce v’eran puro e parvenze di selve. Ponti su! vacuo, o quel grando lago grigio o cicco, sospeso sul letto suo lontano qual sovra pianura cicl di pioggia.

E tra miti prati, colmi di quiete, scorgcasi quell’una strada, pallida striscia nel lungo suo squallor distesa.

Per quella strada vonivano essi.

Prima l’uomo, snello, in ceruleo manto, ohe muto ed impaziento davanti a sè guardava col passo divorando la ria. insaziabile, senza posar. Le mani gli pendevano, pesanti e chiuse dalle pieghe cadenti, c più non sapevano della lieve cetra radicata alla destra sua — tale ghirlanda di rose in ramo d’ulivo.

E divisi sembravano i sensi suoi, cho mentre 10 sguardo, qual veltro, corrovagli innanzi, tornava, venia, o sempre di nuovo aspettando, sostava lontano al prossimo girar della ria, tardava l’udito come profumo sparto.

Ben gli parca talvolta cho giungesse sino al camminar di quegli. flkri due che seguirlo dovean per la salita intera.

E non era che il rombo dell’asccnder suo che l’incalzava, e il vento del suo mantello.

Ma egli si diceva che pur venivano, ato ’l dicca, ascoltando il suon disperderei.

SI, venian certo; solo eran due che andavan con passo, ahi, tanto lieve... potosso volgersi solo una volta (non fosso un solo sguardo distruzion per l’opra or quasi compieta) di certo vederli dovrebbe que’ due, cheti c lenti, cho tacendp gli vengon [dietro.

11 ninne dol cammino o del Ionian messaggio, L’elmo do* suoi voli sugli occhi chiari, la verga sottilo in fronto a sì: portando, c con l’ali battendo da’ piedi snelli, cd alla sua destra affidata: Lei la tanto amata, per cui da una cetra più pianto volino cho mai da funebri lai, per cui un mondo di pianto sorse, nel quale era lutto una volta ancora: pianure o solve c strade o paesi, campi © fiori e foro, e intorno a questo mondo di pianto come intorno all’ultra terra un sol girava, cd un delizioso stellato cielo, un ciel di pianto o di sfigurato stello per questa tanto amala!

Andava olla di quel dio a mano, il passo frenato da lunghi funerei lacci, incerta, mito, non impaziento più.

Era in rè raccolta corno donna incinta o non jK’iisava all’uom che. andava innanzi, non al cammino che alla vita saliva.

Era tutta in sò, e la morto la colmava come una bes’anda.

Sicoome un frutto di dolcezza o d’ombra ella era colina del suo gran morire recente sì, che null’altro afferrar j>ot«t.

Nuova vorginità la ricopriva, era intangibile, in sè racchiusa oomo giorin fioro verso sera.

E 1© mani suo già disusate si d’ogni connubio, che fin il tocco, lieve infìnilamerito, dol Dio leggero clic la guidava, penoso riaentìa qual troppo ardire.

Più non ora quella sposa bionda noi carmi dol poeta spesso lodata, non più del largo letto olezzo o gioia e il bene di quell’noni non ora più.

Era già sciolta corno lunga chioma, già distribuita qual centuplicato cibo, qual caduta pioggia ora già diffusa.

Era germe. E quando, d’improvviso, ratto il dio la fermò, c con accento mesto il detto profferì: «Egli si volse....»

nulla comprese © disse piano: «Chif* Ma lungi, oscuro sulla porta chiara uno sen stava — o più non si conosoea il suo sembiante. Stava, e vedeva sulla striscia d’un sentier nel prato il nuino del messaggio, lo sguardo pien di doglia, volgorei tacendo per soguiro un’ombra cho già tornava indietro su quolla strada istessa, passo frenato da lunghi funerei lacci, incerta, mite, non impaziento più.

RAINER M. RILKE.

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